Chiaro Mario
La sfida del gender
2024/7, p. 44
Portare avanti una riflessione sul «gender» aperta al confronto critico significa operare un discernimento senza demonizzare le diverse posizioni in merito. Occorre però diffondere la consapevolezza del rischio: esponenti degli studi sul gender non si sono limitati ai dati scientifici, ma hanno costruito una «teoria filosofica», definendo il corpo come una costruzione, in sé inesistente.

Accedi alla tua area riservata per visualizzare i contenuti.

Questo contenuto è riservato agli abbonati a
Testimoni
.
DIBATTITI APERTI
La sfida del gender
Portare avanti una riflessione sul «gender» aperta al confronto critico significa operare un discernimento senza demonizzare le diverse posizioni in merito. Occorre però diffondere la consapevolezza del rischio: esponenti degli studi sul gender non si sono limitati ai dati scientifici, ma hanno costruito una «teoria filosofica», definendo il corpo come una costruzione, in sé inesistente.
Questa è la sfida che lo studioso Giuseppe Savagnone ci offre con un «pedagogico» volume dal titolo La sfida del gender tra opportunità e rischi (Cittadella Editrice, 2024). Per iniziare a ragionare su questo tema scottante, si può richiamare una citazione dell’autore (p.19) riguardante la posizione espressa in un articolo a firma di E. Tebano apparso sul «Corriere della sera» (17/9/2015): «C’è un fantasma che si aggira per l’Italia ed è quello della “teoria (o ideologia) di gender”. Come succede per i fantasmi, si vedono, anche se non ci sono […]. “Non esiste una teoria di gender”, scriveva già nel 2014 in una lettera aperta al ministro dell’istruzione la Società delle Storiche […]. E spiegava che i “gender studies” sono solo uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi […]. A creare la “teoria di gender” sono stati i suoi oppositori, che la usano come spauracchio – un fantasma, appunto». Secondo il prof. Savagnone, questa lettura trova conferma anche nelle parole della teologa Benedetta Zorzi: «Gli studi di genere non intendono affermare che maschi e femmine non esistono o non sono differenti, ma che il sesso non è il genere. Cioè il sesso è un dato con cui si viene al mondo ma il genere è il valore, il colore, il ruolo, il significato, il carattere, i limiti e le aspettative che io attribuisco al sesso […]. Ecco perché si dice che è una “costruzione sociale”» (Che genere di Dio. L’ideologia che non c’è, articolo apparso sulla rivista online «InGenere», 22 giugno 2015).
L’angolo visuale
A fronte di una vergognosa e orrenda storia in cui coloro che avevano una identità sessuale «diversa» sono stati discriminati e perseguitati, l’autore è convinto che «i gender studies (studi di genere) abbiano dato un contributo importante», dissipando equivoci ed evidenziando la complessità del fenomeno della sessualità, «anche perché hanno aperto finalmente la via a una profonda trasformazione dell’approccio pratico a questo fenomeno nelle nostre società». Al tempo stesso, egli manifesta le sue perplessità: «la giusta reazione ai pregiudizi del passato ha dato luogo a una cultura, oggi sempre più diffusa, che non si limita a respingere la sprezzante discriminazione delle forme di sessualità un tempo demonizzate, ma – pur essendo esse, per universale riconoscimento, nettamente minoritarie – le assume come modello per interpretare la dimensione sessuale in generale, fino a dare, a partire da esse, una nuova lettura della stessa identità della persona come tale». Il mutato clima culturale suscita oggi un dibattito per molti versi positivo, perché va oltre il giudizio moralistico senza cadere nella logica della patologia, ma spesso esprime la volontà di imporre a livello pubblico una «ideologia del gender», finendo per accusare di omofobia e transfobia chiunque avanza dubbi sulle teorie di genere.
Orientamento sessuale e identità di genere
A partire dagli anni Settanta del Novecento, sull’onda del femminismo nella cosiddetta «seconda rivoluzione sessuale», emerge una corrente di studi di genere che denunzia la relatività dei cosiddetti «ruoli di genere»: le differenze che caratterizzano l’esperienza di donne e uomini non sono legate ai nostri geni, ma sono prodotte dalla società. Il paradigma della complementarità dei sessi viene sostituito da quello della reciprocità dei generi, che relativizza proprio la diversità dei ruoli di genere. Da quel momento si prendono in considerazione, oltre agli eterosessuali (attratti da individui dell’altro sesso), due nuove figure: gli omosessuali (gay e lesbiche, attratti da persone dello stesso sesso) e i bisessuali (capaci di attrazione sia verso persone dell’altro sesso che verso quelle dello stesso sesso). Così, come è avvenuto per l’orientamento sessuale, anche per l’identità di genere si aprono nuove ampie possibilità. Si delinea la figura del cisgender (chi si sente in accordo con la sua costituzione fisica), accanto a quella del transgender (avverte un contrasto tra il suo modo di essere profondo e la sua struttura biologica: disforia di genere) e a quella del gender fluid (soggetto che si sente in certi momenti donna e in altri uomo). Il nuovo termine queer (letteralmente «strano») oggi sembra inglobare tutte le modalità di identità e comportamento sessuale: in questo modo si è diffuso l’acronimo LGBTQIA+ (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali, con il segno + per indicare una potenziale varietà di orientamenti e identità di genere). Il tutto è reso complicato dal fatto che l’orientamento sessuale (relativo a ciò da cui una persona è attratta) non è sovrapponibile all’identità di genere, che riguarda ciò che si sente di essere.
Le teorie del gender
Con acutezza, Savagnone indica come si sia arrivati a trasformare le teorie scientifiche in una visione filosofica della persona umana. Egli ritiene che questo slittamento, evidenziato dal pensiero di influenti pensatori (cf. il libro Questione di genere di Judith Butrel), di fatto arriva a svalutare il ruolo della corporeità, alla liquidazione del soggetto e alla dissoluzione dell’io polverizzato in molti frammenti. Si arriva in questo modo ad azzerare «la differenza fondamentale tra due generi, quello maschile e quello femminile, in rapporto al sesso biologico. Gli studi più recenti dicono chiaramente che, se è vero che non si nasce uomini e donne, è vero però che nel codice genetico del maschio e della femmina sono inscritte delle differenze che non derivano certo da convenzioni sociali né da stati psicologici soggettivi» (p. 48). In ogni modo, lo sbocco delle teorie di gender è quello di una reinterpretazione anche dell’identità della famiglia, che presenta una pluralità di modelli. Se è praticabile l’idea della cosiddetta «famiglia arcobaleno» (unioni tra persone che non rientrano nello schema eterosessuale e che hanno l’umana esigenza di vivere una vita familiare), non è necessario negare il modello della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. «Questo modello non dev’essere né inventato né imposto, perché è chiaramente indicato nella nostra Costituzione» all’articolo 29 (La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio). «Lo Stato può riconoscere le relazioni di coppia diverse da quello eterosessuali senza mettere in discussione la priorità di quella del matrimonio», di cui esse sono versioni degne di essere tutelate e sostenute con il riconoscimento delle “unioni civili”» (p. 73).
La consapevolezza delle ricadute pratiche
È importante che si stia sviluppando un nuovo clima culturale di rispetto. In questo clima per una famiglia avere un figlio gay o transgender non è più un dramma o un motivo di vergogna. Occorre però ascoltare veramente chi, fin da piccolo, si sente prigioniero in un corpo sbagliato. Da questo ascolto la Chiesa – pur definendo l’inclinazione omosessuale come «oggettivamente disordinata» e come una dolorosa prova nella vita – afferma chiaramente che queste persone siano «accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Catechismo della Chiesa cattolica n. 2358). Mentre dunque progressivamente si supera un tabù, occorre comunque tener conto delle ricadute pratiche del riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+.
Nella terza e ultima parte del volume il prof. Savagnone ci aiuta a riflettere sugli aspetti problematici a livello giuridico-politico, culturale, scolastico e medico. «Abbiamo cercato di mostrare che la posta in gioco del dibattito sul gender […] con le sue ricadute legislative, culturali, educative e mediche, non è solo il superamento di inaccettabili logiche discriminatorie, ma – contrariamente a quello che si continua a ripetere – comporta, a monte, una nuova visione della persona umana. […] Abbiamo individuato nell’approccio al tema del gender da parte della cultura e della politica le tracce di questa tendenza a rimettere in discussione la struttura costitutiva dell’umano, svalutando la sua dimensione corporea e la stessa identità di un soggetto unitario e permanente. […] Alcuni preoccupanti indizi dicono che oggi manca, non solo nell’opinione pubblica, ma da parte di molti intellettuali, una chiara consapevolezza di ciò. C’è una contraddizione insita in una battaglia a difesa dei diritti umani che poggia sulla dissoluzione della stessa identità antropologica. Non pretendiamo di avere fornito soluzioni e tanto meno “ricette” da seguire. Ma questo libro avrebbe assolto la sua funzione se solo fosse servito a richiamare l’attenzione sulla reale portata del problema e a suscitare una riflessione» (pp. 131-132).
MARIO CHIARO