Caffi Teresina
OLGA, LUCIA E BERNARDETTA. 10 ANNI PER CAPIRE
2024/7, p. 10
Dieci anni fa, nel pomeriggio di domenica 7 settembre 2014 e nella notte seguente, venivano brutalmente assassinate nel quartiere di Kamenge, a Bujumbura, Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian, tre anziane missionarie di Maria, saveriane, presenti nel quartiere da alcuni anni.

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Testimoni
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TESTIMONIANZA MISSIONARIA
Olga, Lucia e Bernardetta10 anni per capire
Dieci anni fa, nel pomeriggio di domenica 7 settembre 2014 e nella notte seguente, venivano brutalmente assassinate nel quartiere di Kamenge, a Bujumbura, Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian, tre anziane missionarie di Maria, saveriane, presenti nel quartiere da alcuni anni.
Mentre apparentemente attorno all’evento si muovevano inchieste, mentre un pover’uomo malato di mente veniva mostrato al mondo come autore del delitto, in noi c’era una sola certezza: era avvenuta, in quel gesto atroce, l’attuazione di quanto avevano deciso fin dalla loro giovinezza: dare la vita a Cristo nel popolo a cui erano inviate. Qualunque fosse la verità dei fatti.
Il loro volto, come l’interno di una chiesa dapprima vista solo passandoci davanti, ci è apparso conosciuto e nuovo nei loro scritti spesso occasionali, che abbiamo pubblicato nel libro Va’, dona la vita!, EMI 2016.
Tre volti, unico volto della missione
Olga, originaria di Sant’Urbano di Montecchio Maggiore (VI), era nata nel 1931 ed era entrata fra le saveriane nel 1956. Nel 1968 era partita per l’allora Zaire. Sempre più fragile di salute, col passare degli anni era frequentemente dovuta rientrare in Italia per cure, ma appena guarita, subito non vedeva l’ora di ripartire. A una condizione però: che fosse la volontà di Dio. Ricordava a qualche mese dalla morte: «Chi fa la volontà del Padre mio… è per me fratello, sorella e madre (Mt 12,40). Fin da giovane questa frase del Vangelo mi riempiva il cuore di gioia, perché essere fratello, sorella di Gesù è la pienezza della vita cristiana. Queste parole racchiudevano i miei desideri più grandi. Sentivo e sento ancora che è questo desiderio profondo che mi ha portato fino in Africa per parlare di Gesù».
Olga era una catechista nata, nella catechesi organizzata e nei contatti personali. Fino alla fine non mancava mai, nei suoi quotidiani incontri con le persone, di informarsi se fossero battezzati o cresimati… e di invitarli a ricevere questi sacramenti per integrare pienamente la vita ecclesiale. Nel 2009, in un breve articolo, scrive: «Nella mia attività di catechista, ho anche molto ricevuto. L’entusiasmo dei catecumeni che si preparavano al battesimo mi ha fatto riscoprire la bellezza della fede e dell’essere Chiesa. Riconoscere quanto Dio operava nella loro vita è stato per me fonte di gioia e di forza. […] Ormai le mie forze diminuiscono, però posso ancora rendere servizio. […] Crediamo che la vita offerta a Dio porterà il suo frutto perché finalmente il popolo congolese veda giorni di pace. Restiamo per testimoniare che Dio non lascia solo questo popolo, nonostante anche in noi a volte la paura tenti di prendere il sopravvento».
Giunta in Burundi nel 2010, cercava di imparare il kirundi. Soprattutto comunicava con le persone che conoscevano il kiswahili, la lingua parlata nell’est del Congo. Accompagnava le persone anziane che la parrocchia le affidava verso i Sacramenti dell’iniziazione cristiana. Olga aveva un cuore compassionevole. Non sapeva andare da un malato, da un povero senza un po’ di zucchero, di fagioli, di riso… Persona gioiosa, aveva lavorato per anni il suo carattere sensibile per giungere a una serenità stabile, che comunicava a chi le stava intorno. Amava la musica e il suo riposo era suonare l’organo in chiesa al sabato quando la chiesa era vuota.
In Italia, alla fine del 2012… «Le superiore erano incerte se lasciarmi ripartire. Un giorno, durante l’adorazione, pregai: “Gesù, che la tua volontà sia fatta; però tu sai che desidero ancora partire”. Mi vennero limpidissime in mente queste parole: “Olga, credi di essere tu a salvare l’Africa? L’Africa è mia. Nonostante tutto, sono però contento che parti: va’ e dona la vita!”. Da allora, non ho più dubitato.»
Lucia era nata a San Giorgio di Desio (MB) nel 1939. Dopo anni di lavoro in fabbrica, a 21 anni aveva scelto di entrare fra le saveriane. Racconterà nell’ottobre 2013: «Fin dall’inizio della mia vocazione il mio «sì» è stato a Dio, a Gesù. Dopo aver sentito il suo amore personale per me, giunto fino alla croce, mi è sembrato che la risposta più adatta fosse la consacrazione e che il luogo dove viverla fosse la vita missionaria. La mia consacrazione a Gesù si è concretizzata, umanizzata nella vita missionaria».
Formatasi come ostetrica, nel 1970 Lucia era partita per il Brasile, svolgendovi il suo servizio per 9 anni. Venne poi mandata nell’allora Zaire. Altre due lingue da imparare… Lucia non si era scomposta: parlava soprattutto con il suo sorriso, la sua allegria, la passione e l’impegno che metteva nell’accompagnare le mamme al momento della nascita dei loro figli.
«La nascita di un bimbo mi ha sempre riempita di grande ammirazione e di stupore di fronte alla vita. Di fronte alla nascita di un bimbo ho sempre messo in movimento tutta me stessa: conoscenza, esperienza, intelligenza, intuizione, forza, tutto, perché il bimbo potesse nascere bene e sano, proteggendo e aiutando la mamma».
Al contempo, Lucia aveva un’anima contemplativa: nella preghiera e nel lavorio interiore trovava l’equilibrio del suo temperamento ricco di capacità di amicizia, di spontaneità ma non sempre «facile». Si era appassionata a Giovanni della Croce che leggeva, rileggeva, annotava. Alla sua morte, la sorpresa del suo diario di alcuni anni, ove nel 2000 scrive: «Piccola debole e fragile ma unita a te, voglio percorrere tutte le strade del mondo per raggiungere ogni popolo, nazione o tribù e donare la Tua vita per mezzo della mia vita. Sì, Gesù, misteriosamente voglio offrirti tutto di me, che nulla si perda ma tutto […] ti offro perché tutto diventi vita a beneficio del tuo Corpo, l’umanità di cui anch’io faccio parte. […] La mia passione per il Regno è così appagata».
Una grave malattia al cuore l’aveva infine costretta a interrompere il suo servizio ostetrico. Giunta nella comunità di Kamenge nel 2007, svolgeva vari servizi, compreso ancora quello sanitario, dando attenzione e, se possibile, cura ai malati poveri che i Padri le mandavano. Sapeva che in Italia avrebbe avuto migliori cure, ma aveva detto volentieri il suo sì alla missione.
Bernardetta, nata a Ospedaletto (PD) nel 1930, aveva avuto una vita apparentemente spezzettata da tanti incarichi a livello generale che avevano a più riprese interrotto il suo servizio in Congo: pur soffrendo aveva lasciato, e con gioia era tornata alla missione una volta adempiuto il compito. Forse anche questo l’aveva aiutata a cogliere l’essenziale della missione. Nel 1984, quand’era consigliera generale, scrisse a una sorella: «Quando si lascia la missione, l’unico rammarico non è per non avere fatto o realizzato di più, ma per non aver amato di più».
Ha formato tante ragazze e donne attraverso i «foyers sociali»; a Luvungi, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove è stata negli anni di guerra, ha iniziato a livello parrocchiale una rete di alfabetizzazione per adulti. Era profondamente toccata dalla sofferenza dei poveri e dall’ingiustizia di cui spesso erano vittime. Chiunque poteva rivolgersi a lei, certo che avrebbe trovato aiuto o, almeno, ascolto e una capacità grande di comprensione. La consapevolezza della nostra inadeguatezza, la spingevano a ripetere che occorre unire alla carità l’umiltà. Umorista, svolgeva spesso ruoli esilaranti nelle recite durante le ricreazioni. Nel 1997 scrive: «Alcuni mi hanno chiesto perché voglio tornare in Congo in una situazione così precaria e difficile. Mi sembra di poter rispondere che ritorno per lo stesso ideale per cui sono partita la prima volta. Torno per la mia gente. In quest’ultimo tempo il popolo ha tanto sofferto e soffre ancora. Desidero essere lì per farmi vicina a chi è ferito nel corpo e nello spirito. Per essere solidale e condividere; per esprimere la bontà e misericordia di Dio; per aiutare i fratelli a crescere nel perdono, nell’accoglienza reciproca, nella fraternità e nella speranza. […] È bello, sulle orme di Gesù, spendere la vita per collaborare a costruire insieme pace e fraternità».
A fine 2007 Bernardetta parte per Kamenge, alla periferia di Bujumbura, in Burundi. È responsabile della comunità, anima il foyer della parrocchia, frequenta la comunità di base, sempre vicina soprattutto ai più poveri. La salute è sempre più fragile. Era da poco guarita dalla frattura al braccio quando la morte l’ha colta.
Può bastare?
Pensarle in cielo può forse bastare? Ad alcune persone sì. Tante di noi però desiderano la verità, perché essa apre la strada alla salvezza, anche per gli esecutori e i mandanti. E perché è tempo che l’impunità, grembo fertile di nuove iniquità, regredisca nei Paesi dei Grandi Laghi.
Rendere giustizia attraverso la verità a Olga, Lucia e Bernardetta vuole essere rendere giustizia in qualche modo ai milioni di uccisi in questi decenni, scomparsi dalla storia senza ricerca di verità né ufficiale né privata, per paura.
Siamo andate in cerca della verità, ma non ne avevamo gli strumenti. La giustizia ordinaria in Burundi aveva trovato dall’inizio la sua risposta: l’autore del massacro è una persona malata di mente, Christian. Da allora è in carcere, innocente. I passi della giustizia italiana si sono subito arenati. Ma una coraggiosa e competente giornalista italiana, Giusy Baioni, ha fatto un’inchiesta durata anni, non solo sulla morte delle tre sorelle, ma anche su tante uccisioni di missionari e missionarie, volontari e perfino del Nunzio, avvenute in Burundi negli anni recenti. Ne è uscito, nel settembre 2022, un libro pubblicato dalla casa editrice All Around: Nel cuore dei misteri. Inchiesta sull’uccisione di tre missionarie nel Burundi dell’impunità. L’autrice ci conduce, testimonianza dopo testimonianza, facendoci ripercorrere il suo cammino faticoso di ricerca.
Dice che non pretende di aver trovato la verità assoluta e totale, ma vuole offrire una serie di testimonianze di prima mano, soprattutto di sicari, il primo dei quali fin dai primi tempi aveva dato la sua testimonianza alla radio burundese RPA.
Non è la punizione che cerchiamo: del resto, la verità è la prima e più grande forma di giustizia. Attraverso la verità accettata, queste persone possono rinascere a una vita nuova. Siamo certe che Olga, Lucia, Bernardetta intercedono per questo.
Care sorelle, accogliete, come avete sempre fatto, le tante persone che giungono a ogni ora del giorno nella vostra casa divenuta Cappella della Pace e della Misericordia, sostando in silenziosa preghiera: presentate al Signore le loro preghiere.
TERESINA CAFFI, mmx
Bukavu, 5 giugno 2024