Dall'Osto Antonio
Brevi dal mondo
2022/1, p. 35
CILE: I religiosi/e e il nuovo presidente Gabriel Boric TERRA SANTA: Dichiarazione dei Patriarchi e Vescovi VIETNAM: La missione dei Dehoniani

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Cile
I religiosi/e e il nuovo presidente Gabriel Boric
“Come Paese abbiamo avuto una giornata elettorale in cui il nostro senso democratico è stato rivalutato e il nuovo Presidente è stato eletto per il periodo 2022-2026, iniziando una nuova fase dall'11 marzo, quando assumerà il suo mandato. I religiosi/e cileni guardano con speranza al futuro del paese: “Siamo chiamati a guardare in alto e a metterci al servizio del progetto del paese che si apre dopo queste elezioni" scrive la dichiarazione pubblicata il 20 dicembre dal Consiglio direttivo della Conferenza dei religiosi e delle religiose del Cile (CONFERRE) che ha per titolo "La vita religiosa al servizio del Cile: costruire ponti di dialogo e fraternità".
La dichiarazione esprime soddisfazione per la massiccia partecipazione dei cittadini alle elezioni, specialmente i giovani, e augura al nuovo governo “successo e tanta forza per portare avanti, in uno spirito di dialogo, tanti accordi che ci permettano di muoverci verso un Paese più equo e giusto”.I religiosi aggiungono: "Abbiamo bisogno di unirci come società. I tempi che affrontiamo sono complessi e serve il sostegno di tutti. Un paese diviso non può protendersi verso il futuro senza ascoltare tutti. Ecco perché è così importante che ci impegniamo nella concordia, a lavorare per la giustizia e la riconciliazione".Prendendo spunto dalle indicazioni della Confederazione latinoamericana e caraibica dei religiosi (CLAR), i religiosi cileni indicano alcune sfide da affrontare nel presente e nel futuro della nazione, raggruppandole in tre tematiche: rinnovare l'opzione per gli esclusi, favorire l'etica dell'incontro e della cura e optare per l'ecologia integrale. Il messaggio si conclude con queste parole: "Affidiamo a Dio e a Maria del Carmelo, Regina del Cile, il presidente eletto e la sua squadra di governo, che questa nuova tappa favorisca una migliore convivenza e qualità della vita per tutti i figli e le figlie di questa amata Patria". (Agenzia Fides 21/12/2021)
Terra Santa
Dichiarazione dei Patriarchi e Vescovi
I Patriarchi e i Vescovi della Terra Santa lamentano la crescente violenza di gruppi radicali contro i cristiani. In una dichiarazione congiunta, chiedono alle autorità politiche locali in Israele, Palestina e Giordania di agire di conseguenza contro questi gruppi. Occorre garantire che nessun cittadino o istituzione siano minacciati da violenze o intimidazioni. Inoltre, di parlare della creazione di una zona di protezione speciale nella città vecchia di Gerusalemme. L'integrità del quartiere cristiano nella città vecchia di Gerusalemme deve essere protetta e il carattere unico del quartiere deve essere preservato a beneficio della comunità locale, ma in definitiva anche nell'interesse del mondo intero. Dal 2012, afferma la dichiarazione, si sono verificati innumerevoli episodi di aggressioni fisiche e verbali contro sacerdoti e altri ecclesiastici, e anche attacchi contro chiese cristiane in cui i luoghi santi sono stati regolarmente distrutti e profanati. I cristiani del luogo che vogliono solo vivere liberamente la loro fede e la loro vita quotidiana sono esposti a continue intimidazioni. Dietro a ciò ci sono gruppi radicali che cercano sistematicamente di sfrattare la comunità cristiana da Gerusalemme e da altre parti della Terra Santa.
Nella dichiarazione, i leader della Chiesa notano con gratitudine che il governo israeliano si è impegnato a garantire una dimora sicura ai cristiani in Terra Santa e a custodire la comunità cristiana come parte integrante della società. È perciò tanto più preoccupante se questo compito nazionale viene tradito dal fatto che politici, funzionari e forze dell'ordine locali non arginano le attività dei gruppi radicali.
I Patriarchi e i Vescovi ricordano che il principio della tutela del carattere spirituale e culturale dei particolari quartieri storici di Gerusalemme deve essere protetto. Questo è già contenuto nella legge israeliana per quanto riguarda il quartiere ebraico. Ma i gruppi radicali continuano in base ad un piano strategico ad acquistare proprietà nel quartiere cristiano. L'obiettivo è di indebolire la presenza cristiana. Non evitano nemmeno "pratiche commerciali subdole" e tentativi di intimidazione per sfrattare i residenti dalle loro case. Questo non solo riduce drasticamente la presenza cristiana, ma interrompe o disturba anche le storiche vie di pellegrinaggio tra Betlemme e Gerusalemme.
“ll pellegrinaggio cristiano non è solo un diritto di tutti i cristiani nel mondo, ma porta anche grandi benefici all'economia e alla società israeliane”, affermano i patriarchi e i leader delle Chiese. Si riferiscono anche a un recente rapporto dell'Università di Birmingham secondo cui i pellegrini cristiani e i turisti contribuiscono ogni anno con 3 miliardi di dollari all'economia israeliana.
La dichiarazione afferma inoltre che le comunità cristiane locali, sebbene piccole, contribuiscono in maniera relativamente alta ai sistemi educativi, sanitari e sociali in Israele, Palestina e Giordania.
Poco prima di Natale 2021, l'ufficio statistico centrale israeliano ha pubblicato gli ultimi dati sulla minoranza cristiana in Israele. Essi mostrano, tra l'altro, che la comunità cristiana nel Paese sta crescendo. La maggioranza della comunità cristiana è concentrata nel nord del Paese e ha meno famiglie numerose rispetto ad altri gruppi religiosi. Secondo il Central Israel Statistics Bureau (CBS), attualmente vivono in Israele circa 182.000 cristiani, l'1,4% in più rispetto all'anno precedente. Nel complesso, i cristiani costituiscono l'1,9% per cento della popolazione totale. Di questi ben tre quarti (76,7%) sono cristiani arabi. Il 7% dell'intera popolazione arabo-israeliana è quindi cristiano. La maggior parte dei cristiani arabi, quasi l'84%, vive nel distretto settentrionale del Paese o nella regione di Haifa. Nazareth e Haifa rappresentano le città con la maggiore popolazione arabo-cristiana con rispettivamente 21.400 e 16.500 cristiani, mentre Gerusalemme è al terzo posto con 12.900 cristiani. I cristiani non arabi invece si concentrano principalmente a Tel Aviv e nel centro del Paese
Secondo il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Lior Haiat, le accuse mosse da Patriarchi e Capi delle Chiese di Terra Santa "sono infondate e distorcono la realtà della comunità cristiana in Israele". Ma padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa , intervenendo nel quotidiano britannico Daily Telegraph, ha tenuto a ribadire che negli ultimi anni la vita di molti cristiani a Gerusalemme e in Terra Santa è stata resa “insostenibile da gruppi locali radicali con ideologie estremiste”. Ha poi precisato che “questi gruppi radicali non rappresentano il governo o il popolo di Israele”.
Vietnam
La missione dei Dehoniani
“Tutto è iniziato durante il Capitolo Generale del 2007, quando si decise l’apertura di una nuova presenza missionaria in Asia. In tempi di crisi, segnati dal calo delle vocazioni, dall’invecchiamento del personale e dalla difficile situazione in alcune missioni, fu un segno di speranza per la nostra congregazione, chiamata a ripartire e a riposizionarsi, in un nuovo contesto mondiale ed ecclesiale. Da qui la scelta del Vietnam, dove i primi missionari dehoniani sono arrivati nel 2013”. Così riferisce in colloquio con l’Agenzia Fides padre Rechie Gier, missionario di origine filippina, appartenente alla Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (detti “Dehoniani”), parlando di come i figli spirituali di padre Leone Dehon abbiano mosso i primi passi nel paese asiatico. “La nostra comunità – afferma – cresce rapidamente ed è promettente: Dio la bagna con la sua benedizione inviando un buon numero di vocazioni. In questo momento abbiamo 7 candidati che studiano nel Collegio, 22 studenti che studiano Filosofia, 7 postulanti, 23 novizi e 20 scolastici di voti temporanei e 2 diaconi”.I Dehoniani in Vietnam sono impegnati in diversi ministeri: formazione e vocazioni, pastorale parrocchiale, insegnamento nel Seminario maggiore e nella scuola cattolica, e inoltre anche nell’accompagnamento dei giovani e nell’apostolato sociale. “Grazie al sostegno di molti generosi benefattori – spiega padre Rechie – e l’accoglienza fraterna da parte di alcune diocesi, possiamo essere più presenti e operare con maggiore assiduità nella Chiesa locale. Speriamo che con un buon numero di vocazioni, provenienti da diverse parti del Vietnam, la presenza della Congregazione dehoniana possa ampliarsi e offrire più servizi alla Chiesa e al popolo del Vietnam”. “A tutt’oggi siamo in dialogo con i Vescovi per capire, insieme con loro, dove potrebbe rendersi necessaria la costruzione di nuove infrastrutture religiose: a Ho-Chi-Minh-City, ad esempio – precisa p. Gier – l’arcivescovo sta pensando alla realizzazione di un Centro missionario. Questa rappresenterebbe per noi un’opportunità per far crescere una nuova comunità in città. Un’altra possibilità potrebbe essere quella di sviluppare la missione nelle cosiddette ‘highlands’, gli altipiani nelle zone di montagna poco accessibili, dove vivono popolazioni tribali”. “C’è ancora molto da fare – afferma p. Rechie – è molto importante guardare ai tanti giovani che sono in formazione, alle timide ma incoraggianti risposte positive della gente del posto, che ha bisogno di essere animata, sollecitata e aiutata. A noi missionari dehoniani è affidata la missione di rispondere, nel nostro stile e secondo il carisma del nostro fondatore, alle sfide a cui questa terra e questa società ci pongono di fronte”. La Chiesa cattolica in Vietnam conta quasi 8 milioni di battezzati, cioè il 9% della popolazione. I battesimi sono 100mila l’anno, e il cattolicesimo è la seconda religione del Paese, dopo il Buddhismo. (Agenzia Fides 18/12/2021)
a cura di ANTONIO DALL’OSTO