Sono numerosi gli istituti che in questi ultimi tempi hanno avviato al loro
interno un profondo processo di ristrutturazione. Ciò è dovuto non solo al fatto
della diminuzione e dell’invecchiamento dei membri, ma ai cambiamenti che si
sono verificati e si stanno verificando nelle società, nella Chiesa e
all’interno stesso degli istituti. Non tanto per essere più efficienti con le
poche forze che si hanno, ma per trovare nel proprio carisma un rinnovato
slancio vitale e intraprendere un cammino verso un futuro che richiede nuove
risposte.
La ristrutturazione non è tuttavia un processo facile perché sono molti gli
ostacoli che bisogna superare per riuscire ad attuarla, ma c’è anche la certezza
che sono maggiori le opportunità che offre.
Su questo argomento ha parlato di recente p. Aquilino Bocos, ex superiore
generale dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (Clarettiani), in un
incontro con i passionisti descrivendo loro le ragioni che inducono a
ristrutturare l’istituto, i presupposti per renderla efficace e i criteri da
tenere presenti.
Da questo suo intervento ricaviamo (con una certa libertà di adattamento) le
parti principali, nella convinzione di offrire un utile servizio anche a tutti
coloro che attualmente, nei vari istituti, sono impegnati nella medesima
impresa.
Ostacoli e opportunità
P. Aquilino parte da un’osservazione molto pertinente: «In questo mondo nulla di
nuovo nasce senza dolore». E cita un verso di Mario Benedetti che dice: «Tutto
dipende dal dolore con cui si guarda». Questo è ciò che avviene anche per la
ristrutturazione. Tutto dipende dal “dolore” con cui si affronta la complessa
realtà della vita e della missione della Congregazione. Ma, osserva, non sarebbe
meglio dire: «tutto dipende dall’amore con cui si guarda». Quando guardiamo
attorno con amore, tutto viene avvolto dalla comprensione, dalla compassione e
dalla buona disposizione ad aiutare.
L’esperienza comunque ci dice che le province, le vice-province, i vicariati o
gli organismi maggiori oppongono molta resistenza a morire. Soprattutto se si
trovano nello stesso territorio nazionale e hanno una lunga storia.: Difatti, la
resistenza è maggiore nelle province con una grande tradizione, anche se sono
piccole e vedono dei vantaggi dalla fusione o confederazione.
Ci sono inoltre vari ostacoli da superare e che il padre Aquilino così indica:
la mancanza di idee chiare o la confusione circa il progetto apostolico del
futuro; il problema delle persone, della loro età, preparazione, capacità; la
paura dell’ignoto e i numerosi pregiudizi da superare; la debolezza delle
persone responsabili negli organismi maggiori, e, non ultimo, le resistenze
opposte dai vescovi, genitori, professori e anche dalle autorità civili, ecc.
Certamente bisogna essere realisti e guardare in faccia alle difficoltà. Ma,
osserva p. Aquilino, non è realista colui che vede solo difficoltà nella
ristrutturazione, ma anche chi ritiene che nella vita degli istituti esistono
dei segni positivi a favore del cambiamento e della creatività. Le difficoltà
sono fatte per essere affrontate e superate. Gli artisti dalle grandi pietre
traggono delle belle figure, dagli alberi tagliati creano delle statue. I nuovi
segni di speranza che appaiono sono frutto di quanti hanno creduto nel futuro e
hanno avuto il coraggio di tentare delle risposte alle sfide poste dalle
incertezze che generano la crisi. Aveva ragione F. Schiller quando diceva: «Chi
non ha il coraggio di andare oltre la realtà, non conquisterà mai la verità».
L’esperienza della ristrutturazione è piena di opportunità che hanno ravvivato
il carisma e impresso una nuova agilità apostolica a chi ha avuto il coraggio di
mettervi mano.
Perché ci ristrutturiamo?
È vero tuttavia che, se in linea di massima si può essere d’accordo che è bene
ristrutturarsi, la domanda da porci con chiarezza è: “perché ci ristrutturiamo,
a che cosa si mira?”: all’efficacia apostolica attraverso la concentrazione
degli sforzi?; a un maggior coordinamento nel governo, evitando troppe
mediazioni non necessarie? a una maggiore agilità nella solidarietà della
Congregazione nelle risorse umane, formative o dei beni economici? a una
maggiore autonomia in qualche parte della Congregazione? Bisogna considerare
tutte le possibilità, poiché si mischiano insieme ragioni teoriche e pratiche.
Sono tutti interrogativi da approfondire anche perché non si tratta di un
esercizio di ingegneria istituzionale o di adeguamento convenzionale, cioè del
cambiamento delle strutture giuridiche, della delimitazione delle aree
geografiche o della ristrutturazione dei servizi. Bisogna andare oltre a queste
domande: ciò che è in questione è di riuscire a dare una risposta a una sfida
più radicale nella vita consacrata.
La situazione di precarietà e di limite, certamente è un aspetto, ma non è il
più importante. La situazione attuale ci rivolge un forte appello alla
conversione. Infatti, anche se avessimo le case di formazione piene, oggi
dovremmo cambiare il modo di pensare, di vivere, i luoghi dove ci troviamo, i
mezzi per gestire i nostri beni, le relazioni con le altre vocazioni nella
Chiesa (laici e sacerdoti). Dovremmo spostarci dove più c’è bisogno di noi.
Dovremmo cercare altri spazi e stabilire ritmi di vita diversi per far
trasparire la nostra capacità di accoglienza e di solidarietà, per rendere più
palese la nostra fraternità e portare avanti con coerenza le nostre opzioni per
i poveri, gli esclusi, gli emigranti, gli “altri”, a prescindere da qualsiasi
condizione sociale, culturale o religiosa.
La nostra vocazione chiede una risposta dinamica che si manifesta nello stupore,
nell’accoglienza, nella ricerca e nella disponibilità. Ha il segno di una
maggiore qualità evangelica e di una maggiore audacia apostolica.
Le vere domande a cui dobbiamo onestamente rispondere sono: che cosa vuole il
Signore da noi consacrarti, qui e in quest’ora? Come organizzarci per una vita
evangelica più autentica e servire meglio il Signore e i nostri fratelli? Dove
siamo e dove dovremmo essere ? Che cosa attendono le chiese locali e i territori
dove siamo presenti o dovremmo giungere a essere?
Presupposti per una effettiva la ristrutturazione
– La coscienza e la convinzione che la vita religiosa è viva, come punto di
parftenza.
Non dobbiamo lasciarci impressionare dai “profeti di sventura” che parlano
dell’estinzione prossima della vita religiosa. Si vede che non sanno che la vita
consacrata è essenziale alla Chiesa. Forse stiamo attraversando un duro inverno.
Dipende dalle latitudini. In tutti i modi, come diceva sant’Agostino,
“nell’inverno vive la radice. Non è un tempo infecondo e di morte, ma di
riconcentrazione sull’essenziale della vita per poi germogliare, rinverdire e
fruttificare. In effetti, se guardiamo al mondo, alla Chiesa e alla vita
consacrata possiamo renderci conto dei molti segni positivi della presenza dello
Spirito tra di noi: salute spirituale, maturità umana, inquietudine apostolica e
sintonia con le profonde preoccupazioni degli uomini del nostro tempo.
Ma la ristrutturazione della Congregazione non potrà essere attuata se nelle
persone si annida il sospetto circa il suo progetto di vita o se esse sono
minate dalla delusione e dalla mediocrità. La convinzione che la vita religiosa
è viva e che il suo carisma è attuale e ha un futuro deve rioccupare il primo
posto nella coscienza di tutti i fratelli. Non bastano né le dichiarazioni né le
affermazioni razionali, ma è necessario creare una coscienza corporativa e far
vedere che, effettivamente, si crede nella sua vitalità e nel suo futuro.
Bisogna credere. La comprensione razionale della vita consacrata porta a
formulazioni strategiche, ma non al rinnovamento implicito nella
ristrutturazione, cosa che implica sempre un addentrarsi nel Mistero, nella
dinamica della gratuità dello Spirito nella sua Chiesa. Senza certezze in cui
credere non ci sono convinzioni e senza convinzioni si possono solo fare dei
rammendi. Ma il rinnovamento in profondità, richiesto dalla ristrutturazione,
esige delle convinzioni serie e ferme su ciò che siamo e per che cosa siamo.
– Centralità della missione e primato dello Spirito. In un modo o nell’altro si
sta rivelando che la missione è l’asse centrale della ristrutturazione. La
missione è qualcosa di più profondo e radicale, e anche di più ampio, delle
attività apostoliche e della missio ad gentes: Non è solo azione, ma anche
passione. Come in Gesù, è servitium caritatis. È memoria passionis nelle vita e
nelle parole.
La missione diventa il principio ispiratore, che articola e anima tutto lo stile
della vita personale e comunitaria; infonde fiducia nel futuro; dà contenuto a
ogni gesto, a ogni parola, a ogni attività e a ogni opera. La missione orienta
la spiritualità, la formazione, il governo e l’economia.
Nel voler continuare la missione misericordiosa di Gesù, si rimuovono tutte le
nostre sicurezze e ci vediamo proiettati in un impegno più radicale su tutti i
fronti. Le sfide della evangelizzazione interpellano il nostro modo di essere e
di comunicare il messaggio. L’inventiva e la creatività missionaria di fronte
alla miscredenza ci obbligano a nuove strategie. La missione è per uomini e
donne appassionati che rompono gli schemi e attraversano le frontiere, perché li
spinge la carità di Cristo (2 Cor 5,14). D’altra parte, solo il primato dello
Spirito nella nostra vita rompe il cerchio della mediocrità, che è la forza
corrosiva della vita consacrata. Chi si adagia nella mediocrità, vede scomparire
in sé il radicalismo evangelico e si adatta a vivere in base agli imperativi
dell’immediato. Quando manca lo Spirito, la parola di Dio non mette radici, la
preghiera viene rinviata fino a essere abbandonata, i poveri disturbano, le
missioni difficili sono per gli avventurieri, la diversità culturale si riduce a
folclore, i diritti umani e le ingiustizie a questioni politiche… Un cuore
mediocre e irrilevante difficilmente si apre alla gratuità, alla sorpresa e
all’ammirazione.. Vive anestetizzato dalla comunicazione-spettacolo. Non
percepisce il passaggio di Dio nella storia dei popoli. Manca di disponibilità
missionaria. Soltanto la docilità allo Spirito può portarci ad accogliere
progetti diversi in cui non contano tanto le età o i numeri, ma la qualità della
vita consacrata che in se stessa possiede una energia straordinaria per vivere e
sviluppare la missione.
Prevedere per provvedere
È necessario prevedere per provvedere. “Chi di voi, volendo costruire una torre,
non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a
termine?” (Lc 14,28). E in Giovanni vediamo che Maria, la Madre di Gesù, con la
sua speciale intuizione e costanza di donna del Regno, anticipa l’ “ora” di Gesù
(cf. Gv 2,1-12).
Diceva M. Merleau-Ponty: «certo che il mondo è quello che vediamo e, tuttavia,
dobbiamo imparare e vederlo». Dobbiamo compiere uno sforzo per scoprire ciò che
ci viene mostrato e leggere ciò che trascende l’esperienza immediata. È
opportuno chiedersi: come leggiamo il cambiamento di epoca, il cammino della
Chiesa, i numeri nella vita consacrata e nella Congregazione, i segni di vita
nuova che appaiono?
Nell’analisi dei gruppi umani e nel cercare di aprirli su orizzonti nuovi si
insiste nell’offrire ad essi “visioni” di futuro. Anselm Grün, autore ben noto,
ha scritto. «Colui che attende solo ai problemi quotidiani non potrà mai
suscitare motivazioni e non cambierà nulla di essenziale. C’è bisogno di una
visione che si metta in movimento, dentro questo mondo. Una visione crea
motivazioni, suscita nei collaboratori nuove energie. Essa dà la sensazione di
cooperare a un compito importante, quello di offrire un contributo decisivo
all’umanizzazione di questo mondo. Una visione crea comunione. Tiene uniti i
diversi caratteri e le loro responsabilità, i rispettivi talenti e offre ai
collaboratori un orientamento per la loro attività».
Dobbiamo comperare del collirio per curare i nostri occhi (cf. Ap 3,19). Questo
collirio è lo Spirito che allarga il nostro sguardo ( cf. 1 Gv 2,27) e ci fa
vedere che anche questo mondo è amato da Dio e che non bisogna aver paura.
Dobbiamo saper leggere e capire la benedizione che riceviamo con le nuove
vocazioni in paesi finora sconosciuti e che apportano i doni delle loro culture,
delle loro lingue, della loro sensibilità religiosa, favoriscono i grandi
dialoghi (di vita, quello ecumenico e interreligioso) e moltiplicano il
desiderio per le grandi cause degli uomini.
Ci rimane molto da fare per riuscire ad assumere la differenza, integrare i
contrasti e diventare comunità evangelizzatrici in questo mondo complesso.
Dobbiamo anche rivedere i criteri di governo per rafforzare l’unità nel
pluralismo, che non passa esattamente per la centralizzazione, ma per la
partecipazione nelle diverse aree e a diversi livelli. Le persone e i beni
devono essere visti come “patrimonio comune”. Tutto è posto al servizi della
missione, ma bisogna promuovere l’interdipendenza e la solidarietà economica,
sia all’interno della Congregazione sia nelle comunità cristiane che possono
contribuire con i loro beni all’estensione del Regno di Dio.
Situarsi nell’essenziale, ossia nel carisma
Un’altra condizione per avviare il processo di ristrutturazione consiste nel
situarsi sull’essenziale affinché il mondo rinasca e viva. Bisogna vivere a
partire dall’immagine del compasso: un punto fisso (la vita teologale) e un
altro che rende possibile raggiungere spazi e compiti diversi. Quando c’è un
centro fisso, facciamo sempre delle circonferenze; altrimenti tracciamo dei
geroglifici.
La richiesta dell’essenziale nella Chiesa e nella vita religiosa è un ritornare
in Galilea, da dove tutto ebbe inizio, e a Cesarea di Filippi dove Pietro
confessò che Gesù era il Cristo, il Signore; è un guardare al futuro: “Sono io,
il Primo e l’Ultimo, e il Vivente “(Ap 1,17-18). Benedetto XVI nel suo magistero
si sta rivelando come il vero apostolo dell’essenziale. Lo ha dimostrato nelle
sue encicliche e nei suoi discorsi rivolti ai consacrarti che egli considera
cercatori e testimoni dell’essenziale.
Schweitzer ha paragonato il metodo di centrarsi sull’essenziale al comportamento
del ragno. Il genio del ragno sta nel tendere i fili attorno a un centro. Più
tesi sono i fili e più bella è la sembianza. Se si allentano, tutto si
aggroviglia.
Il ritorno al fondatore segna il cammino di una ristrutturazione adeguata.
Tornare al fondatore non vuol dire tornare indietro, ma recuperare il suo
sguardo profetico e rilanciare la sua missione carismatica. Il suo ricordo è un
continuo invito a vivere la propria. Tutti i fondatori si pongono nella
dimensione escatologica e nel “Vieni Signore”. Per questo, il ritorno ad essi,
alle origini, risveglia la solidarietà, promuove la comunione e sostiene la
corresponsabilità, fa crescere il “noi” congregazionale e il resto rimane in
secondo piano…
Rapporto tra congregazione e organismi maggiori
Le vostre costituzioni (p. Aquilino si riferisce ai passionisti) presentano una
corretta comprensione del rapporto che deve esistere tra la Congregazione e le
province, vice province e i vicariati. Questo è uno dei punti più difficili da
digerire nel momento della ristrutturazione. A questo riguardo sono importanti
le seguenti considerazioni.
– La comunità della Congregazione, prima realtà.
La congregazione è una comunità suscitata dallo Spirito nella Chiesa e per il
mondo. San Paolo della Croce è il mediatore dello Spirito. Perciò la
Congregazione non è una istituzione inprenditoriale, ma una comunità di persone,
convocate e animate dallo Spirito attraverso il fondatore e i suoi compagni per
annunciare il Cristo. Questa comunità è il soggetto depositario del carisma e
della missione. Come ogni istituto di diritto pontificio, rimane a disposizione
della Chiesa universale. Anche quando si organizza in diverse circoscrizioni
giuridiche, rimane essenziale il carattere ecclesiale del carisma fondazionale.
La Congregazione, in quanto comunità universale, è la prima realtà che occorre
affermare rispetto alle diverse circoscrizioni. Questa affermazione della
comunità carismatica costituisce il miglior correttivo a tutti i nazionalismi e
provincialismi, che sono degli egocentrismi collettivi sterili per la missione
della Congregazione.
A volte ha contato molto l’espansione e la crescita numerica delle persone,
altre volte la diversità culturale o linguistica per creare nuovi organismi
negli istituti e avere un’adeguata rappresentazione nei capitoli. Oggi questi
valori mantengono il loro valore, ma non possono essere gli unici determinanti,
soprattutto se si tiene conto che le persone hanno ricevuto una vocazione che
porta in sé l’universalità. L’organizzazione delle comunità sorge per
convenzione affinché le persone crescano secondo il carisma fondazionale e
prestino migliori servizi missionari.
Ci sono coloro che per difendere il proprio organismo, invocano con tanta forza
l’inserimento locale che sembrano negare il valore del riferimento alla chiesa
universale. Non c’è un’analogia perfetta tra provincia e chiesa locale, poiché
le province sono presenti in diverse chiese locali e sono sopranazionali.
D’altra parte, affermare il carisma, vivere nella fedeltà il suo dinamismo
universale consente di rompere il cerchio dell’immediato e di allargare lo
sguardo: dalla comunità locale a quella provinciale; da questa, alla comunità
congregazionale e da qui alla comunità ecclesiale e umana. Ogni carisma
fondazionale porta in sé un’onda espansiva che raggiunge e ri-crea le più
diverse situazioni locali e storiche.
La crescita o la diminuzione della Congregazione tocca tutti i membri della
medesima. Se la Congregazione ha futuro in una parte, e al contrario si spegne
in un’altra, bisogna affrontare questa problematica in maniera congiunta in base
all’unità del carisma e della missione. In questo si basa la comunione di vita e
dei beni che si traduce nei sistemi propri della collaborazione in forma
organica e ordinata. Mantenere viva questa comunione, la particolare
collaborazione e, se occorre, la ristrutturazione, che spetta all’autorità del
capitolo generale.
Alla congregazione, per sua natura, interessa che tutte le province godano del
benessere vocazionale, formativo, spirituale, apostolico ed economico. Perciò,
in questi tempi in cui diminuisce il numero degli ingressi e aumenta l’età delle
persone, le province piccole devono sentirsi interpellate più seriamente nel
progetto di ristrutturazione. La formula della collaborazione interprovinciale
dà segni di essere esaurita. Ci sono coloro che guardano con entusiasmo ad essa,
purché non si chieda né personale né aiuto economico. Di fronte a un’incoerenza
del genere, sembra che l’unico correttivo possibile sia la ristrutturazione.
Bisogna fare Congregazione, coniugare i seguenti verbi alla prima persona
plurale: aver fiducia, qualificare, costruire, rendere credibile, inculturare,
dilatare, collaborare. Questo ci porta ad articolare l’interrelazione tra
Congregazione e provincia; tra provincia e comunità locale. La comunione fra il
tutto e le parti non implica l’uniformità. La comunione integra la diversità
degli ambiti e dei livelli nella vita e nell’apostolato.
– La provincia all’interno della Congregazione. Siccome la Congregazione non è
una “Federazione di organismi”, ma una comunità apostolica universale, è
necessario intendere la provincia dentro la congregazione come una comunità di
comunità. È parte della Congregazione e deve integrarsi e unirsi per attuare il
fine dell’Istituto. Questa doppia relazione comporta delle esigenze nella vita e
nella missione della provincia stessa. La sua autonomia, per la medesima
ragione, non è assoluta, ma si inscrive nell’insieme della vita e missione della
Congregazione universale al cui benessere e sviluppo contribuisce. Un organismo
recupera la sua forza quando condivide ciò che ha, mentre si impoverisce ogni
qualvolta si chiude nei suoi problemi e si disinteressa dei bisogni altrui.
Alcune applicazioni pratiche
La provincia è una comunità con personalità propria. Gode di autonomia. Col
passare degli anni, acquisisce delle abitudini di relazione, linguaggio, costumi
e tradizioni. Si rafforzano i vincoli affettivi come quelli di una famiglia in
cui si nasce, si cresce, si vive e si muore. Tutto questo fornisce alla comunità
religiosa qualcosa di più di una personalità giuridica. La provincia acquisisce
una personalità culturale all’interno della Congregazione. Poiché la sua
autonomia non è assoluta, è necessario armonizzare i valori, a volte stabilendo
un ordine di priorità dei medesimi. La verità è tuttavia che perdurano vecchie
concezioni delle province con profonde radici nazionali e coloniali e una
sufficienza che oggi non ha una ragion d’essere.
– Centralizzazione e decentralizzazione: Il governo nella vita religiosa di
solito si esercita in maniera ordinata, ossia in base a una gerarchia di
competenze e la decentralizzazione delle funzioni.
– Relativizzare la configurazione degli organismi. La congregazione può, di
fatto, strutturasi in maniere molto diverse. Ciò che non si può perdere è
l’unità; il legame delle parti o dei membri alla comunità congregazionale.
– Cercare una organizzazione adeguata per servire meglio. È un’insistenza. Se
oggi parliamo di convenienza e possibilità di riorganizzarsi è perché ciò che è
in gioco è di giungere a rispondere e servire meglio ai bisogni più urgenti
della evangelizzazione attraverso i mezzi propri dell’istituto.
Motivazione e corresponsabilità
Innovare vuol dire scommettere sul futuro. L’innovazione strutturale nella vita
consacrata è sostenuta e animata dal primato dell’azione innovatrice dello
Spirito. Innovare vuol dire entrare nell’itinerario dei fondatori, nella loro
fantasia creatrice e nel loro andare sempre avanti. L’innovazione, agendo a
partire dal cuore del carisma dell’istituto, ci aiuta ad avere una visione ampia
e corporativa dei progetti e dei problemi. Per il fatto che un organismo
maggiore soffra di mancanza di vocazioni e stia invecchiando non vuol dire che
l’Istituto stia male. Bisognerà vedere tutto il suo insieme: Può darsi che in
altre parti abbia un numero abbondante di vocazioni che rendono attuale e
prolungano la missione che esso ha nella chiesa universale.
Esperimentiamo la precarietà come situazione di dipendenza, di vulnerabilità e
di fragilità. Molte volte, è certo, genera insicurezza, instabilità e
incertezza. Bisogna convertire la precarietà in un trampolino di lancio. In
effetti, in un clima di opulenza e di imborghesimento funzionano di più i
meccanismi burocratici di sicurezza che non l’innovazione. E così non si prepara
il futuro.
Correlazione tra precarietà e innovazione
La correlazione tra precarietà e innovazione, applicata alla vita consacrata, ci
orienta verso la radicalità della povertà e la semplicità evangelica. È un
diventare come bambini per entrare nel regno dei cieli (cf. Mt 18,1-4). Nel
bambino c’è precarietà e insieme, apertura, curiosità, stupore e recettività di
tutto il nuovo che gli giunge e fiducia in chi può aiutarlo. Essere bambino non
è solo una tappa della vita, ma un modo di essere in semplicità, fiducia e
disponibilità. È avere un cuore rivolto al Padre di nostro Signore Gesù Cristo,
che continua a soffrire per noi. Se vogliamo che passi tra noi lo spirito di
innovazione e guardare al futuro, dobbiamo coltivare la povertà, la
spogliazione, la compassione e la solidarietà.
È decisivo fare attenzione alla motivazione e al suo significato, allo sviluppo,
e tener conto degli altri. Senza un lavoro comune che sostenga la mistica del
progetto proposto tutto diventa sterile: è opportuno rimanere aperti e
confrontarsi con l’esperienza di altri istituti. Le ragioni che soffocano la
creatività sono la mancanza di uno sguardo profondo, di una motivazione
intrinseca, l’indifferenza davanti alle sfide, l’insoddisfazione per ciò che si
ha tra mano, le pressioni esterne e il non aver vigilato per contrastare e
vincere le forze negative.
Motivare e contare sugli altri
Per motivare non sono sufficienti le dichiarazioni ufficiali, né i ragionamenti
freddi e nemmeno i bei programmi sulla carta. La rivitalizzazione e la
ristrutturazione non si attuano per decreto, ma in forza dell’entusiasmo
comunitario. Soltanto una comunità che vive a partire dalle sue radici
carismatiche e irradia questo suo carisma nella Chiesa con le altre forme di
vita cristiana (in particolare i laici) rende possibile il rinverdire, la
speranza e il nuovo cammino della missione dell’istituto. Cadono per la loro
stessa forza di inerzia le istituzioni che sono giunte alla loro fine.
La Chiesa in questi ultimi 25 anni ci ha fatto un immenso favore nel mettere in
relazione tra loro carismi e ministeri, le diverse vocazioni e gli stati di
vita. Ci ha chiesto di coltivare l’interrelazione e di favorire la
corresponsabilità. Ciò favorisce il processo di una migliore organizzazione e fa
svanire ogni ansia di indipendenza, di esagerata esaltazione delle differenze e
di attaccamento a ciò che è proprio. Sono molti i progetti nuovi che stanno
apparendo come frutto della cooperazione.
Considerazioni finali
Le nostre strutture organizzative, le nostre presenze e i nostri sevizi
pastorali parlano. Domandiamoci quali saranno la loro situazione e il loro
futuro entro vent’anni. Se prestiamo ascolto a quello che dicono, sentiremo
quali sono i risultati e le lacune, le disfunzioni e le predizioni. Se non
prestiamo loro attenzione, se non siamo capaci di cogliere il loro messaggio di
vitalità o di morte, di delusione o di nuovi ideali e progetti, può darsi che
stiamo vivendo nella più sterile indifferenza.
Chiediamoci: come mi piacerebbe che fossero la nostra comunità, la nostra
provincia, il nostro istituto, o semplicemente il nostro collegio o la nostra
parrocchia… entro dieci anni? Questo genere di domande interpellano il nostro
modo di percepire lo stile di vita, la disponibilità, l’uso dei beni economici e
la vitalità delle opere.
– La spiritualità nel processo: la ristrutturazione è un principio di sano
realismo. Ci consente di guardare in faccia la realtà così com’è e ci impedisce
di fantasticare sul futuro. Ci chiede di porci domande a breve, medio e lungo
termine. La Congregazione è un treno a lungo percorso, ma ci sono persone che
preferiscono viaggiare in treni locali senza interrogarsi e senza guardare ai
nuovi orizzonti missionari.
Non basta fare una ristrutturazione e subito dopo starsene tranquilli, come non
basta lavorare per la organizzazione quando ciò di cui abbiamo bisogno è la
rivitalizzazione. È ovvio pensare che le strutture giuridiche, organizzative ed
economiche sono orientate alla qualità della vita evangelica e al servizio della
missione e che non ci sarà innovazione senza una buona dose di spiritualità,
senza un’adeguata leadership e senza una solida formazione. Ma bisogna
continuare a interrogarci sullo stile di spiritualità, di leadership e di
formazione così che possano favorire la formazione e la missione della
Congregazione. La spiritualità non è una tappa da raggiungere per poi presto
lasciar perdere. Bisogna vederla come un cammino al seguito di Gesù secondo lo
Spirito; è il processo di abbandono nelle mani del Padre per comunicare la sua
vita. Se vogliamo rispondere alle sfide del momento presente dobbiamo creare
delle condizioni di vita che fomentino lo stupore, la contemplazione del
mistero, l’accoglienza del diverso e l’audacia missionaria con tutto ciò che
questo comporta di fronte alle povertà, le culture e la solidarietà.
– La ristrutturazione richiede una nuova mentalità: la ristrutturazione non è
una manovra di sussistenza né è riducibile a una gestione pragmatica, di
efficienza, perché le energie della vita religiosa o non sono sufficientemente
utilizzate o sono sterili perché ripetitive. Bisogna vedere questo processo da
un’altra ottica. Non basta unirsi al latrare della muta dei cani, perché solo
chi ha visto la volpe la insegue fino alla fine.
C’è stato un tempo in cui eravamo preoccupati dell’identità. Chi siamo nella
Chiesa? E stavamo tranquilli quando riuscivamo ad avere un certa chiarezza di
idee. Siccome non è stato sufficiente dire ciò che eravamo, ma che bisognava
esprimerlo, testimoniarlo, abbiamo rivolto l’attenzione su come vivere la vita
consacrata. Ma più avanti la domanda si è posta sui mezzi e i luoghi, dove siamo
e che cosa facciamo. Oggi il problema si pone a partire dalla domanda: “in base
a che cosa” viviamo, ci organizziamo e lavoriamo? Bisogna tornare all’essenziale
e frequentare il futuro.