L’Ordo Virginum, a 40 anni dalla promulgazione del rito di consacrazione
rinnovato, conta alcune migliaia di consacrate nel mondo, di cui circa 450 in
Italia presenti in oltre 100 diocesi. È costituito da donne che scelgono di
vivere il proprio battesimo nel segno della verginità come sponsalità a Cristo,
assumendo un particolare legame con la Chiesa locale attraverso la persona del
vescovo che le consacra, vivono del proprio lavoro con una relazione non
gerarchica con le altre sorelle.
Ma cosa vuol dire essere vergini consacrate oggi, nell’epoca dei “se” e dei
“ma”, in cui il “per sempre” fa paura e la verginità è un tabù?
Per riflettere su questo interrogativo, e nello stesso tempo, fare riconoscente
memoria del cammino percorso, si è tenuto dal 14 al 18 agosto, a Loreto, presso
il Santuario della Santa Casa – il santuario del “sì” di Maria di Nazareth –
l'Incontro nazionale 2010 sul tema: Amore e fedeltà precedono il tuo volto (Sal
88,15). La profezia della fedeltà. La riflessione si è sviluppata attraverso il
confronto e gli spunti offerti dai vari relatori, tra cui diversi vescovi.
Vergini consacrate nella Chiesa d’oggi
Fedeli alla Parola rivolta da Dio fin dal giorno del proprio battesimo e che nel
tempo ha preso la forma di una chiamata a vivere la vocazione cristiana nella
forma particolare della consacrazione verginale; fedeli come donne alla propria
storia; fedeli a una Chiesa che ha trasmesso la fede e con la quale si condivide
la missione pastorale; fedeli a un mondo nel quale, come ha ricordato il papa a
Fatima, “anche senza saperlo, è Gesù colui che tutti attendono”. Fedeli, e per
questo profetiche, le donne dell’Ordo Virginum sono portatrici della Parola di
un Altro, Parola di vita, Parola che salva.
“Perché questo spreco?” pensano i tanti Giuda (Gv 12,7), utilitaristi dei nostri
giorni, che valutano «l’importanza delle cose e delle stesse persone in rapporto
alla loro immediata funzionalità» (Vita consecrata). Perché “amore e fedeltà
precedono il tuo volto” (Sal 88,15): è dall’amore sempre fedele di Dio che
attinge forza e significato la risposta di chi abbraccia la verginità per il
Regno dei cieli (Mt 19,12) e si impegna a vivere ogni giorno con autenticità e
concretezza quell’Amore che manifesta il volto di Dio.
«Ogni giorno c’è un annuncio: siate donne in ascolto, che accolgono il progetto
di Dio e lo incarnano nella quotidianità»: con queste parole padre Marzio
Calletti, rettore della Santa Casa di Loreto, ha accolto nella basilica del sì
di Maria le circa 190 partecipanti provenienti da 80 diocesi. In una società in
cui essere cristiani – e ancor più essere consacrati) equivale a una deminutio
di umanità, risuona ancora più provocatoria la presenza di donne che, dopo un
serio ed esigente percorso di discernimento e formazione, vengono pubblicamente
e solennemente consacrate dal vescovo diocesano e vivono la propria vocazione
battesimale alla luce della sponsalità con Cristo – questo il significato della
fede nuziale che tutte ricevono dal vescovo, così come il libro della Liturgia
delle Ore – trasfigurando la quotidianità di una vita normale, intessuta di
lavoro, casa, relazioni amicali e sociali, impegni civili ed ecclesiali. La vita
comunitaria è possibile ma non obbligatoria, ci si sostiene con il proprio
lavoro, condividendo le difficoltà della gente, conoscendone le gioie e le
sofferenze, segno di speranza, in una società spesso disperata, perché «essere
consacrate non vuol dire rifugiarsi in un mondo parallelo o stare come statuine
con le mani giunte, ma significa marciare e lottare nella fede, come la Vergine,
perché la vocazione è esplosione di vita!», come ha ben evidenziato padre
Marzio.
La specificità sta nella profezia vivente
«Ciascun battezzato è chiamato a un servizio consapevole di promozione del Regno
attraverso il proprio ministero e la specifica condizione di vita, attraverso
l’esercizio della professione, le scelte politiche ed economiche», ha ricordato
la prof.ssa Serena Noceti, docente di teologia sistematica presso la Facoltà
teologica dell’Italia centrale, nella sua relazione sul tema «Ordo Virginum:
donne fedeli per una Chiesa serva del Regno». E se «tutti i battezzati
partecipano alla missione profetica dell’annuncio del Regno di Dio», qual è la
specificità della verginità consacrata?
La risposta della prof.ssa Noceti è molto chiara: «È una profezia vivente,
necessaria al mondo e alla Chiesa, nella specifica modalità di vivere il
battesimo e di incarnarlo nel frattempo della storia, che si gioca tra il già e
il non ancora, nella fedeltà a Dio e alla terra, nella pluralità degli stili di
vita che si intrecciano in un noi ecclesiale che manifesta in particolar modo il
volto della Chiesa locale». La caratteristica dell’Ordo Virginum è, quindi,
«l’identità escatologica sponsale, nella vigilante custodia della promessa di
Gesù – Sì, vengo presto! (Ap 22,20) – è la voce che, nella gratuità,
responsabilità e libertà creativa delle relazioni, grida alla Chiesa ed al
mondo: Ecco lo Sposo! Andategli incontro! (Mt 25,6)».
Mons. Giovanni Tonucci, arcivescovo prelato di Loreto, nelle celebrazioni
liturgiche da lui presiedute, ha sottolineato l’importanza di ispirarsi a grandi
ideali, perché «Dio vuole tutto e dona tutto», non si accontenta del “minimo
indispensabile”, ma desidera la bellezza vera, integrale, che sa «coniugare la
purezza della verginità con la carità della maternità, sull’esempio di Maria».
L’originalità di questa forma di vita consacrata, secondo mons. Silvano
Montevecchi, vescovo di Ascoli Piceno, sta nell’«esperienza intima ed affettuosa
con Cristo, vero dono per le nostre Chiese», che talvolta possono apparire
timide e ingessate.
«Oggi assistiamo all’incapacità non solo di guardare in verticale, cioè in alto,
verso Dio, ma anche in orizzontale, verso i fratelli, perciò viviamo la
difficoltà delle relazioni umane», ha avvertito mons. Gervasio Gestori, vescovo
di San Benedetto del Tronto-Ripatransone-Montalto, e per questo è urgente la
necessità di risposte vere, testimoniate con la vita. «Nell’epoca della
mitizzazione del fisico, in cui l’uomo è prigioniero del proprio corpo e, al
tempo stesso, lo banalizza e addirittura lo rifiuta e distrugge, ci sente dire:
“ma chi te l’ha fatto fare?”. Questa è la testimonianza e il segno profetico
della vostra consacrazione: gli altri vi osservano e meditano nel loro cuore»,
ha rilevato mons. Claudio Giuliodori, vescovo di
Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia.
«Abbiamo bisogno di vedere la vostra fede, che passa attraverso l’amore
vicendevole», è stata l’accorata raccomandazione di mons. Luigi Conti, vescovo
di Fermo, che ha anche invitato a «rileggere in chiave deuteronomica questi 40
anni, tempo biblico, cammino verso la terra promessa». E la guida di questo
cammino, punto di partenza e meta, non può che essere l’Eucaristia, vera
sorgente, come ha ricordato mons. Edoardo Menichelli, vescovo di Ancona-Osimo,
diocesi in cui, nel prossimo anno, si terrà il Congresso eucaristico nazionale.
Segno della profonda attenzione pastorale rivolta a questa forma di vita
consacrata è stata la calorosa e massiccia presenza dei vescovi marchigiani:
anche la tavola rotonda sul tema Fedeli agli apostoli e con gli apostoli ha
lasciato alle partecipanti «il sapore dell’affetto dei pastori nei loro
confronti» (mons. Rocconi). Per mons. Armando Trasarti, vescovo di
Fano-Fossombrone-Cagli-Pergola, l’Ordo Virginum «è un ponte tra la Chiesa e il
mondo». Infatti, «la vostra scelta è una pazzia: senza tutele, senza garanzie,
avete lasciato tutto perché siete attratte dal suo irresistibile fascino! Il
mondo ha diritto di vedere nella vostra testimonianza l’amore infuocato di Gesù:
oggi risuona ancor più forte il grido della folla: vogliamo vedere Gesù (Gv
12,21)!». Mons. Gerardo Rocconi, vescovo di Jesi, ha posto l’attenzione sulla
specificità dell’ordine delle vergini: «nelle altre realtà di vita consacrata il
servizio è fondamentale. Non è così per voi: ciò che conta non è ciò che fate,
l’importante è esserci». È una vera e propria responsabilità «essere portatrici
di Dio, della presenza silenziosa e nascosta di Dio già in cammino sulle strade
degli uomini»: perciò «la vostra presenza deve essere un richiamo alla qualità
della vita, alla riscoperta del gusto della vita», come ha sapientemente
indicato mons. Giancarlo Vecerrica, vescovo di Fabriano-Matelica.
Occorre una maturità umana e spirituale
Affinché le vergini consacrate sappiano far fronte ad una vocazione così
impegnativa e controcorrente, «primordiale eppure attuale, completamente immersa
ed esposta nel mondo e nella Chiesa locale, nella sintesi tra la normalità
assoluta di vita e la femminilità verginale», è indispensabile una grande
maturità umana e spirituale. Per questo motivo padre Amedeo Cencini, canossiano,
notissimo esperto nel campo della formazione, nella sua relazione su Formazione:
lettura sapienziale e prospettive future, ha delineato le tappe fondamentali di
un vero percorso formativo, culminante nella piena conformazione ai sentimenti
di Gesù. L’atteggiamento corretto da assumere è «la docibilitas, che è la
libertà della persona che ha imparato ad imparare dalla vita per tutta la vita».
Ad arricchire l’incontro nazionale, ricco di occasioni di dialogo e confronto
attraverso laboratori di approfondimento e gruppi di studio, momenti di
convivialità e festa, c’è stato l’intervento di mons. Francesco Lambiasi,
vescovo di Rimini e presidente della Commissione episcopale per il clero e la
vita consacrata, che ha voluto portare alle partecipanti il suo caloroso saluto
e lasciare alcune parole-chiave sulla verginità consacrata, da meditare e vivere
con sempre maggior letizia e consapevolezza. Innanzitutto, la freschezza, perché
«la vergine è come sposa bella, giovane e raggiante, che contagia». Poi, la
trasparenza, in quanto «la verginità è come goccia di rugiada che riflette il
cielo, ostensorio di Gesù nel mondo. Voi ci dite che il battesimo basta, che ci
fa cristiani e cristofori in tutto ciò che facciamo». La verginità consacrata è
radicalità perché richiama alla «totalità di appartenenza, con cuore indiviso,
vissuta nella ferialità», con tenerezza, che «significa abbracciare il mondo
senza soffocarlo», e con gioia, memori che «l’unico peccato che la gente non ci
perdona è la tristezza». «Profumate le nostre Chiese con il profumo della vostra
vita!» è il significativo augurio lasciato alle vergini sparse dallo Spirito
come piccoli semi nelle diocesi e nei più svariati ambienti civili. E la
risposta da dare con l’intera esistenza, non può che essere: «Signore, per tutto
ciò che è stato: grazie! Per tutto ciò che sarà: sì!» (Dag Hammarskjøld).