RISPOSTE
E PROPOSTE PER IL CONGRESSO
“DAL
POZZO… ALLA LOCANDA”
Mentre inizia il congresso internazionale
sulla vita consacrata offriamo questa sintesi delle risposte e proposte sullo
Strumento di Lavoro (IL) giunte alla segreteria da ogni parte del mondo. Una
coralità di voci e di sensibilità da cui emergono convinzioni e aspettative a
cui il congresso dovrà dare risposta.
Circa un
centinaio sono stati i contributi inviati presso la segreteria del congresso, e
varie decine sono sparsi in riviste, siti web, ecc.
Suggerimenti,
ampliamenti e critiche sono qui presentati sotto tre grandi contenitori: testo,
contesto e pretesto. Una rilettura trasversale e dinamica – che potremmo
chiamare metatestuale – aiuterà ad aprire le nostre storie a nuovi orizzonti e
a nuove avventure evangeliche e carismatiche.
OSSERVAZIONI
SUL
TESTO DELL’IL
Il tono
positivo, pluralista, incoraggiante del testo è stato apprezzato da molti. La
presentazione dei grandi temi socio-culturali con stile realistico, sincero, e
provocatorio ha avuto ampi consensi. L’osmosi fra visione fenomenologica e
interpretazione teologica ed ecclesiale, aperte a raccogliere le sfide e
intuire nuovi cammini di fedeltà creativa, è stata riconosciuta da tanti. La
densità di sintesi in certi argomenti complessi forse ha prodotto a volte dei
paragrafi troppo generici o troppo densi, ostacolando la comprensione immediata
del contenuto. Tutti hanno capito che il testo “morirà” dentro il congresso e non
avrà quindi una “seconda edizione migliorata”. Tuttavia sono arrivate
osservazioni anche per chiarire, aggiungere, migliorare, respingere,
completare.
Le icone
bibliche
Particolare
sorpresa positiva è stata manifestata da tanti per le due icone evangeliche e
soprattutto per il metodo usato nella loro presentazione e interpretazione. Il
metodo, in realtà, è più simbolico e allusivo che tecnico o esegetico. È
piaciuto il richiamo ai processi di trasformazione interiore vissuti dalla
samaritana e dal samaritano. Sono state notate le possibilità di originali
applicazioni alla vita consacrata, con la sottolineatura di aspetti non
tradizionali o inediti.
Il
metodo della lectio divina si è così mostrato una fonte ricca di ispirazione
non solo spirituale ma anche per la prassi.
Qualche
critica
È
arrivata anche qualche critica più ampia. Ne citiamo alcune: c’è chi pensa che
non sarebbe stata messa in risalto la sequela Cristi, che costituisce il vero
fondamento della vita consacrata; altri considerano le due figure (femminile/maschile)
una coppia artificiale; qualcuno avverte che troppo velocemente ci sentiamo
“samaritani”, mentre siamo tra i “feriti”e forse anche tra i “feritori”.
C’è chi
ha notato la mancanza di contesto comunitario in queste icone. Ad altri non piace
l’eccesso del protagonismo umano, che sembra trascurare il tema dell’elezione e
il primato dell’ esperienza dall’alto (cioè Dio che chiama).
Le
storie restano aperte a esiti incerti e questo genera perplessità in chi vuole
le cose ben definite. La parola rifondazione sembra pacificamente accettata, ma
non viene giustificata con solide ragioni. La tipologia preferenziale tende
verso la vita apostolica, lasciando quasi al margine la vita contemplativa e
monastica, la quale a sua volta vuole vivere a pieno titolo nella Chiesa sotto
l’azione dinamica dello Spirito. Fra le nuove esperienze manca un richiamo ai
modelli nati dentro la stessa vita consacrata o dentro i nuovi movimenti
ecclesiali, ecc., ecc.
Non sono
mancati richiami per espressioni improprie o equivoche, elementi mancanti,
prospettive troppo occidentali (europee e del primo postconcilio) o troppo
maschili, o sorprendenti come la “consacrazione ad tempus”, ecc. In pochi casi
alla critica è seguita la proposta concreta sul tema.
Qualche
proposta ampia è arrivata sulla formazione permanente, su alcuni aspetti
culturali della modernità, sui “modelli nuovi” di vita religiosa, sulla
identità femminile della vita consacrata, sulla riformulazione dei voti in
chiave postmoderna o di inter-relazionalità, ecc.
La terza
parte dell’IL poneva delle domande sui vari aspetti da approfondire e da
chiarire e sulle prospettive operative per il futuro. Non vi è stata data molta
attenzione, infatti sono state rare le risposte sui punti specifici. Non
disponiamo, pertanto, di contributi significativi proprio là dove erano stati
esplicitamente richiesti con domande appropriate.
IL
CONTESTO
TRA
CHANCES E PERICOLI
La cosa
più importante sulla quale si sono soffermati gli interventi è stata la
situazione attuale della vita consacrata. Molti hanno condiviso
l’interpretazione in chiave di “crisi” e di confusione degli orientamenti e
delle opzioni; altri hanno preferito usare l’espressione “caos” per segnalare
un contesto che ha chances e non solo pericoli. Altri infine amano parlare di
complessità e di situazioni “multiversali”. Si tratta dell’analisi di aspetti
pratici (es. opere, strutture, organizzazione, frammentazione, invecchiamento,
tradizioni culturali), religiosi-culturali (modelli vecchi di spiritualità, di
linguaggio e di vita, nuove esigenze pedagogiche e psicologiche, nuove
situazioni socio-culturali, cambio di paradigma) e del contesto ecclesiale e
sociale attuale in veloce trasformazione. Ne facciamo una presentazione globale
per grandi temi.
La
dimensione ecclesiologica
Sul tema
ecclesiologico ci sono annotazioni molto interessanti. La vita consacrata si
sviluppa nel seno della Chiesa e per la Chiesa, è stato ribadito, formando da
sempre parte della sua santità e della sua stessa vita e missione. Abbiamo assunto
l’ecclesiologia di comunione, fortemente promossa dal concilio Vaticano II in
poi e fino agli ultimi documenti. Ora, però, si assiste a una progressiva
involuzione ecclesiale. Vediamo che la Chiesa si allontana sempre più dalle
realtà e dai problemi del nostro mondo, guardandoli come dall’alto senza
commozione profonda, quasi “passando accanto”. Legalismo e indifferenza rendono
sterile la parola profetica nel popolo cristiano. A parole la “spiritualità di
comunione” è molto proclamata, ma nei fatti si assiste ad una riduzione degli
spazi di autonomia e di profezia. La profezia è costretta a nascondersi, e ciò
genera sfiducia. La vita consacrata risente di questa problematica situazione
ecclesiale, ricevendone un freno significativo nel suo cammino verso un
autentico rinnovamento. Il processo di rifondazione, cominciato praticamente
quaranta anni fa alla luce degli orientamenti conciliari, ne subisce serio
danno.
Tra le
tante reazioni giunte come commento all’IL, appare una frase che riflette
particolarmente questo momento: «Chi può affermare che in questi tempi la vita
religiosa non appaia mezza morta?» (come quell’uomo incappato nei briganti).
Nei fatti la vita consacrata vive in questo momento un periodo caratterizzato
da segnali contrastanti. Da un lato esistono manifestazioni di profonda
stanchezza, di inerzia e di incertezza nell’identità, che si evidenziano nella
paura del futuro e nella crisi della figura pubblica chiara. Sono un segnale le
discutibili apparizioni televisive presentate a vario titolo da religiosi e
religiose. Contemporaneamente esistono anche numerose testimonianze personali e
comunitarie che si concretizzano nel radicale e crescente desiderio di impegno
nel discernere i segni di novità suscitati dallo Spirito Santo e nell’operare fattivamente
per integrarli fecondamente nel proprio carisma.
Tali
segni di novità e di fedeltà creativa, in tante risposte, sostengono la
convinzione che oggi ancora è possibile alla vita religiosa giocare il suo
compito profetico: quello di vivere la propria vocazione e missione nella
Chiesa e per la Chiesa, creando, allo stesso tempo, novità e chiamando tutti a
una fedeltà ricca d’amore e di audacia apostolica.
Il
contesto secolarizzato e postmoderno
Attorno
al contesto socio-culturale alcuni hanno voluto donare chiarificazioni ampie:
per esempio sulla crisi della modernità e la cultura postmoderna, sulle false
letture circa la “rinascita del sacro”, sul dialogo fra religioni e culture,
sulla comunicazione pervasiva e simbolica, sulla centralità del corpo e
dell’affettività nella cultura attuale, sulla crisi di credibilità delle
istituzioni, sulla globalizzazione come risorsa e come sfida, sulla ricerca di
relazioni nuove e affettivamente gratificanti, ecc. Forse c’è del vero quando
si rileva che nell’IL alla descrizione della varietà dei fenomeni
socio-culturali non si è aggiunto un vero e ampio discernimento spirituale. La
lettura spirituale della crisi epocale avrebbe potuto segnalare e stimolare una
più efficace sapienza orientatrice, che andasse oltre la lettura un po’ rapida
dei fenomeni, che, in realtà, sono molto complessi.
Secondo
alcuni bisogna stare in guardia contro l’adattamento alla mentalità
secolarizzata, al consumismo, alla varie forme di mentalità individualistica e
borghese. Bisogna proporsi come un progetto controculturale, fondato su una
profonda e solida esperienza di Dio e una radicale sequela di Cristo. Nel piano
generale del documento – e quindi nella impostazione del congresso – alcuni
hanno visto una deficienza preoccupante, perché c’e una prospettiva troppo
orizzontale, e si ripetono le solite valutazioni sui mali attuali, senza
arrivare a proposte concrete e vivibili. Per essi il discorso è “generalista”,
vago (light) e impreciso: per es. sulla nuova religiosità, sulla differenza di genere,
sul concetto di Chiesa e le sue forme istituzionali, sui “blocchi” che
ostacolano la realizzazione degli ideali, sui nuovi modelli di vita consacrata
e le sue possibilità di futuro, sulla stessa spiritualità rinnovata.
Altri
invece hanno visto descritto con serietà e precisione nell’IL il vero contesto
attuale in cui tutti viviamo, con le sue ombre preoccupanti, ma anche le
chances e le sfide stimolanti. Si sono trovati d’accordo per es. sull’ampia
gamma di situazioni problematiche messe in risalto nella prima parte, ma anche
sui nodi decisivi della vita consacrata descritti nelle due sezioni della terza
parte. Anche i due ambiti su cui alla fine il documento chiede attenzione e
proposte – la formazione e il governo – sono ritenuti strategici e decisivi.
C’è bisogno di ulteriori chiarificazioni orientative, che sono attese in modo
definito e concreto dal congresso. Nella pedagogia della formazione e nelle
soluzioni realistiche per il nodo complesso della formazione permanente,
settori ritenuti importanti, pare che manchino modelli condivisi e soluzioni
collaudate.
Vigilare
e incarnarsi
C’è chi
riconosce che tutto il sistema culturale che caratterizza la vita consacrata e
con cui essa si esprime oggi, è debole nella forza comunicativa, arretrato
rispetto alle sensibilità culturali, ricalcato su altri mondi culturali ormai
obsoleti (già PC 3 aveva affermato la necessità di un aggiornamento in questo
punto). Viene, quindi, suggerito un deciso “aggiornamento” di paradigmi e di
presentazione dei grandi valori : quali i voti, la comunità, la testimonianza,
l’antropologia, la visione della vita, il senso dei beni e religiosità della
vita, l’affettività, la corporeità, la dignità della persona, le esigenze di
corresponsabilità, ecc.. Secondo alcuni la vita consacrata non sarà mai capita,
perché appartiene ad un mondo differente e si fonda su una esperienza
trascendente che in poco sanno apprezzare e interpretare. Questi ultimi amano
insistere sulla nota di “mistero” di questa vocazione ecclesiale.
E
pertanto sono convinti che non è “adattandosi” – in pratica assumendo i valori
secolarizzati attuali – che essa sarà capace di farsi capire e di dialogare nei
nuovi areopaghi. La vita consacrata deve conservare la sua identità e
irriducibilità, fino al paradosso. Ritornando alla radice monastica, cioè alla
radicale e intensa passione contemplativa per Dio, la vita consacrata diventerà
davvero capace di trasparenza e di testimonianza profetica. Questo ritorno al
paradigma monastico della vita consacrata non è stato proposto da molti, ma
forse è implicito anche nell’insistenza – questa sì di molti – su una
concentrazione spirituale significativa. Questa nostalgia appare anche fra le
caratteristiche di varie nuove esperienze di vita consacrata. In queste la
gestione delle opere passa in secondo piano, per privilegiare la qualità della
preghiera liturgica, la vita di fraternità, l’ospitalità, l’impegno di
discernimento sapiente della storia, il dialogo spirituale, il lavoro manuale e
l’apertura alla cultura e alle religioni.
Per
molti la sfida più seria e la svolta più urgente potrebbe essere quella di
elaborare e vivere una spiritualità intensa e connotata dalla sequela radicale,
da una profonda esperienza di Dio, da una nuova passione per l’umanità.
E, di
conseguenza, liberandosi dalla pesante gestione delle opere, passare alla
condivisione con la sofferenza dei poveri e degli esclusi con strutture e
iniziative più flessibili.
Anche
alcuni elementi delle due icone sono stati ripresi per ribadire questo: la sete
di acqua viva, la commozione e la tenerezza, la rottura dei tabù, la premura
per il corpo, le nuove mediazioni, la partecipazione emotiva e compassionevole,
ecc. Mentre i pregiudizi dei discepoli e le ostilità etniche, come anche la
rigidità legalista del sacerdote e del levita, sono richiamati come
avvertimento contro certe nostre ipocrisie.
TEMI
INDICATI
E NUOVI
ORIZZONTI
L’ampia
fenomenologia e le varie proposte per rispondere al dono ricevuto, descritte
nell’IL, hanno offerto a molti il pretesto per allargare con coraggio gli
orizzonti e i temi in evidenza. Riassumiamo alcuni argomenti più frequenti.
Compassione
e formalismi
C’è chi
ha il coraggio di dire che la Chiesa ha perso il senso della “compassione”,
tutta presa come è dalla custodia del suo sistema organizzativo e dalla
preoccupazione dell’ortodossia formale, a causa della quale giunge talvolta ad
eccessi di rigidità e forse di repressione. La Chiesa stessa – come istituzione
e come popolo di Dio – dovrebbe prendere più sul serio il suo orizzonte di comunità
semper reformanda, perché in verità porta in tante cose i segni della caducità
culturale e religiosa. In tempi di anemia di risorse e di emarginazione sociale
del fattore religioso, il rischio della sacralizzazione del patrimonio
tradizionale può trasformarsi in fanatismo e fondamentalismo. Ma anche la
flessibilità e l’aggiornamento senza discernimento possono provocare disastri e
smarrimenti nella identità carismatica. Le due polarità sono rilevate anche
nelle risposte, con una certa frequenza.
Ci sono segni
che rivelerebbero una diffusa schizofrenia nel mondo dei consacrati, come anche
in quello della Chiesa, per cui si crede che le proclamazioni teoriche bastino
a se stesse, anche senza tradurle nella prassi. Come se spargere uno strato di
vernice di buone intenzioni bastasse per dar luogo a una trasformazione
radicale (cf. EN 20). Questa ha bisogno di processi lenti e faticosi, e quindi
pieni di rischio e di audacia evangelica, segnati da una mistica che alimenta
la profezia (cf. VC 80). Dobbiamo vigilare per tenerci lontano dalla gnosi
illuminata dei teorici e dalle proclamazioni verbali senza prassi.
Esplorando
significati nuovi
La
rottura dei tabù, che appare evidente nelle due icone – attraverso il dialogo
danzante fra la samaritana e Gesù, e la compassione innovativa dell’ “eretico”
samaritano – dovrebbe diventare ispirazione per rompere tanti tabù attuali
ecclesiastici e culturali e per parlare narrando storie e non solo esponendo
teorie e valutazioni universali. Lo stesso congresso dovrebbe diventare un
evento capace di mostrare una elaborazione più carismatica e libera,
partecipata e non solo di carta, e una integrazione fra carismi, che abbatta
paure e separazioni secolari.
Vivere
una vita secondo lo Spirito non può realizzarsi solo “sognando” una nuova vita
secondo lo Spirito, ma ci vuole un processo di trasformazione radicale, che già
si intravede nei due personaggi delle icone. Bisogna allora mettersi alla
ricerca di nuovi pozzi di acqua viva, re-imparare, presso pozzi simili a quello
“lasciato in eredità dal nostro padre Giacobbe”, l’arte del dialogo rivelatore
e guaritore in compagnia con tutti gli assetati di affetti sinceri e di
religiosità né rigida né troppo vaga. Bisogna incamminarsi per le strade che
scendono dalla “santa” Gerusalemme verso la “depressione” di Gerico, cioè dalla
vita comoda e privilegiata dei “templi sacri” agli inferi delle oppressioni e
della violenza. Bisogna inoltrarsi in questi luoghi precari, per raccogliere
persone “ferite” e nazioni intere “mezze morte”, per sollevarle e curarle e
portarle al sicuro, dando tutto se stessi e non solo due denari.
Ricchezza
delle icone
Molti
particolari delle icone hanno offerto lo “spunto” per aprire discorsi spesso
originali: così è stato per i briganti che usano violenza, per i mariti e il
loro significato simbolico, per lo scriba che domanda una risposta teorica, per
la cavalcatura e le bende; ma anche per il malcapitato “mezzo morto”, per i
discepoli che hanno pregiudizi verso la donna, per la brocca abbandonata, per
l’ora di mezzogiorno, ecc. La presenza – rilevata anche nel commento dell’IL –
di un processo interiore di trasformazione dei personaggi, è stata egualmente
allargata a molti altri aspetti dell’esperienza di fede e di spiritualità.
Dal
punto di vista dell’impatto comunicativo, le icone e la loro valenza simbolica
e metaforica, hanno avuto buon successo, perché hanno rilanciato verso sensi
più ampi e originali, solo vagamente presenti nel testo biblico. Il loro uso ha
trovato molto consenso e stimolato la reazione creativa.
“ABBI
CURA
DI LUI”
Tentiamo
ora di tirare le somme dalle molteplici reazioni all’IL, fin qui descritte.
Possiamo parlare delle icone, come di due “piccole porte” che hanno aperto
orizzonti molto vasti e affascinanti. Potremmo chiamare questa lettura
metatestuale (o anche hypertestuale), perché si cerca portare insieme teoria e
prassi, esistenza e progetto, realismo e utopia. Per usare un’immagine che
viene dall’Asia, è l’esercizio del “terzo occhio”, quello dell’intuizione e
delle emozioni, che penetra la realtà rimasta invisibile allo sguardo comune.
Identifichiamo ora dei nuclei attorno ai quali si può condensare quanto è stato
detto esplicitamente e implicitamente.
Tra il
paradosso e il mistero
La vita
consacrata è stata collocata, da varie risposte, nell’ambito della
paradossalità. Ciò che essa si propone di vivere e di comunicare, è in
contrasto sconcertante con i valori accettati nella cultura attuale, dove si
nota un ridotto contatto autentico con la vita che rischia di viaggiare
sull’onda virtuale, a scapito di relazioni profonde. È diffusa, infatti, una
mentalità che sembra narcotizzare nell’uomo il bisogno:
– di
unificazione interiore, a causa della frammentarietà,
– di
essenzialità, a causa del consumo esasperato del superfluo,
– di
strutturazione del tempo spontanea, consapevole e intima, a causa della
accelerazione nevrotica del tempo.
La vita
consacrata si pone, perciò, in alternativa rispetto alla modalità corrente
attraverso la radicalità con cui vuole assumere certe proposte evangeliche, e
perfino la stessa vita di Gesù di Nazaret (cf. VC 22). Per questo essa ama
parlare di sequela Christi in forme quasi letterali, cercando di rendere
contemporaneo oggi quel modo di vivere e le opzioni che lo caratterizzavano. In
molti ritengono che bisogna ritornare a questa forma, seguendo le orme di Gesù
e trasformando la sequela in norma seria di vita, senza sconti né
imborghesimenti ipocriti (cf. PC 2a). È il richiamo ad una vita “trasfigurata”
e “cristiforme” (cf. VC 19) che renderà visibile il Padre, fermentando la
storia con lo Spirito creatore e allargando gli orizzonti che limitano
l’esistenza.
A questo
aspetto deciso e pubblicamente evidenziato, si deve aggiungere l’aspetto della
gratuità, dello spreco – agli occhi comuni del tutto irrazionale – di risorse e
di progetti, per passione e compassione, per il servizio e l’adorazione (cf. VC
104-105). Proprio la frequente sottolineatura di una spiritualità all’altezza
delle sfide di oggi e provocatoria per le afasie attuali, segnala che bisogna
scomporre il grande apparato di opere e di strutture anche gloriose, per una
vita più semplificata e sobria, dove risalti meglio la presenza gratuita,
immediata e appassionata. Le opere sono ancora numerose e possenti, fonte di
prestigio ma anche di problemi. La maggior parte della gente vede in esse quasi
“i segni” dell’identità e della missione della vita consacrata. In molti hanno
chiesto di avere il coraggio di sottoporre a verifica un apparato mastodontico,
dentro il quale spesso le vite sono rattrappite e come “mezze morte”. Le
strutture mentali e materiali attuali spesso impediscono o frenano il passaggio
dell’acqua viva del Vangelo nella storia, imbavagliano la libertà evangelica,
attraverso compromessi che non rendono credibile la presenza dello Spirito.
Si
avverte, quindi, la necessità di riconoscere i segnali delle “malattie
dell’anima”, a causa delle opere pesanti e di stili di vita che incurvano le
persone. I poveri ci guardano, ci interpellano e attendono che strutturiamo il
tempo come tempo di Dio e per i fratelli e le sorelle, per realizzare qui e ora
il disegno di Dio nella storia, costruendo un mondo di giustizia, di pace e di
gioia. C’è bisogno di “samaritani” che, scendano dalle cavalcature, e non siano
impediti o assorbiti dalle strutture, per raccogliere i “mezzi vivi” e li
portino con attenzione, concretezza, gratuità e tenerezza in nuove locande di
guarigione e di liberazione.
Infine
c’è l’aspetto profetico, che si associa ai due già enunciati, e dona a tutti e
due una tensione illuminativa ed esplorativa, non puramente funzionale ed
organica. La profezia ha un aspetto di continuità col passato e col presente,
ma non a livello superficiale e fenomenologico, ma di profondità e di
proiezione.
Il
profeta, con fedeltà creativa (VC 37, 85), mostra che il presente non basta a
nessuno, e scruta nel presente il fiorire dei germi di futuro seminati dal
passato nei sotterranei della storia. Egli comunica con il suo ministero che
Dio sempre si prende cura dell’umanità, anche quando il buio della storia può
far pensare che non esiste o che si è dimenticato degli uomini e delle donne
del nostro tempo. Il profeta non taglia col passato, neppure si aggrappa al
presente consacrandolo, ma li mette entrambi in tensione feconda e dirompente
verso il futuro, con fedeltà creativa. Questo sconcerta chi ama la manutenzione
pigra e impaurita o adora la memoria mitizzandola e conservandola come se fosse
un feticcio.
Provocazione
apocalittica
Da
sempre la vita consacrata è considerata come un “pungolo” che annuncia un
futuro, quello del Regno. Essa si protende già verso quello che tutti
attendiamo, anzi dà al futuro una presentazione di “anticipo” (o prolessi) (VC
26). Ciò avviene con il distacco dalle molte forme di “possesso” e di
autorealizzazione, ritenendole transitorie o non vitali per l’ingresso al Regno
(possedere beni, sposarsi e avere figli, vivere nell’indipendenza, perseguire
carriera e potere …).
I
consacrati e le consacrate enfatizzano i grandi valori orientativi del
messaggio evangelico in vista dell’incontro finale: amore, preghiera, speranza,
fede, libertà, comunione, distacco, vigilanza, implorazione, contemplazione,
ecc. Narrando il Vangelo con la vita, anzi diventando «memoria vivente del modo
di esistere e di agire di Gesù» (VC 22), aiutano gli uomini e le donne del
tempo attuale a riconoscere le tracce di Dio nella bellezza della loro
esistenza.
Tutta la
struttura qualitativa della vita consacrata – cioè i voti, la vita fraterna, la
gratuità, il servizio, la preghiera, la lotta spirituale, ecc. – dovrebbe avere
questa pressione escatologica, questo senso dell’“oltre” e della preminenza
dell’Altro. Il mondo attende presenze che vivano l’esistenza con stupore, con
gratuità e gratitudine, persone che pregano e che strutturano il tempo e lo
spazio all’insegna dell’amore. La stessa solitudine vissuta dai molti come il
male di vivere, può essere risignificata dalle donne e dagli uomini consacrati
come elemento costitutivo dell’esistenza umana, luogo dove è presente Dio, che,
amando la persona, le rivela la sua unicità. La vita consacrata è autentica
quando viene vissuta non come fuga dal mondo e dalla storia, ma come fermento e
trascinamento dentro la storia: perché emergano nuovi cieli e nuova terra,
perché Dio, che è novità assoluta (cf. Ap 21,1-7), abiti dentro i nostri
limiti, facendoli esplodere, realizzando così i cieli nuovi e la terra nuova.
Oggi è
richiesto di saper coniugare conoscenze professionali e formazione permanente,
di coltivare una profonda cultura che abiliti a guardare alla storia con la
mente e il cuore aperti, pronti ad indicare ai contemporanei percorsi di
speranza. L’umanità ha bisogno di incontrare uomini e donne che si muovono con
passione nella dimensione mistica della vita, che sanno ascoltare la voce del
silenzio, che sono in contatto con lo scorrere dell’esistenza comune a tutti, e
la loro parola sia risonanza della loro vita in Dio.
Il mondo
ha bisogno di vedere persone viventi, che assumono nel quotidiano i sentimenti
di Gesù Cristo (Fil 2,5), e ne sono testimoni attraverso la giustizia, la pace,
il perdono, la misericordia, la tenerezza, la libertà, la bellezza, la
gratitudine, la solidarietà, la mitezza, l’amore… (cf. VC 27).
Da
questo punto di vista è sembrato che gli accenni sull’aspetto apocalittico, che
si trovano nell’IL, non siano stati rielaborati e rinforzati nelle risposte e
nelle reazioni. Manca il “pungolo apocalittico” forte e decisivo nella vita
consacrata oggi. Essa sembra piuttosto intenta ad una “riforma” di
aggiornamento annacquato, a una debole “rifondazione” in cui la scandalosa
provocazione apocalittica, che tutto relativizza e sottopone a profanazione in
nome della pienezza attesa, non ha significato né funzione. Si potrebbe
ipotizzare che questa debolezza del pensiero apocalittico e il basso profilo
delle risposte alle sue sfide, sia una delle cause della fragilità del
messaggio che la vita consacrata sta dando oggi. In questa cultura scossa
proprio da paure apocalittiche che paralizzano tutti, ci vuole una proiezione
apocalittica diversa, e la vita consacrata dovrebbe esercitarsi con risposte
alternative.
Funzione
empatica e guaritrice
Verso
questo ambito chiaramente dirigono anche le icone. Sono stati messi in risalto
gli affetti feriti e confusi nella samaritana, ma anche l’attenzione e la
tenerezza del samaritano verso quel viandante “mezzo morto”. Possiamo tradurre
questi aspetti con una certa immediatezza nei molti tipi di diaconia della
carità della vita consacrata. Tutto ciò va benissimo, ma non finisce qui. In
molti hanno chiesto un serio sforzo per esplorare i modi per costruire una
nuova società a partire dalle viscere di misericordia, facendo danzare il corpo
e dando alla carne il suo spessore di sacramento della grazia e della speranza.
Soprattutto è stato chiesto di saper riconoscere nuovi ministeri di
misericordia e di solidarietà.
Anche
senza particolarmente insistervi, ma con una frequenza che, nell’insieme,
appare interessante, sono stati molti quelli che hanno dato importanza alla
vita consacrata come “esperienza terapeutica”. Ciò riguarda prima di tutto i
consacrati e la loro stessa esistenza: sete di vita e ferite sociali, relazioni
smarrite e affetti feriti, emarginazione e bisogno di tenerezza, possono farsi
grido e implorazione, e devono essere ricondotti a un percorso liberante sempre
aperto a nuovi ministeri. Pertanto si insiste affinché tutto il sistema di vita
e di organizzazione dei consacrati diventi capace di offrire guarigione e
sostegno, premura e non violenza, liberazione danzante e non repressione
nevrotica e sospettosa verso tutto.
Si legge
in VC 87: «Coloro che seguono i consigli evangelici, mentre cercano la santità
per se stessi, propongono, per così dire, una “terapia spirituale” per
l’umanità, poiché rifiutano l’idolatria del creato e rendono in qualche modo
visibile il Dio vivente». Sviluppando questa intuizione di una funzione
terapeutica della vita consacrata per l’umanità, e coniugandola con la
partecipazione empatica, si vedono aprirsi nuove prospettive. Vale a dire,
andando oltre il perfezionismo personale e una visione di rinuncia ascetica
repressiva, come la vita consacrata può portare sollievo e speranza
all’immaginario collettivo traumatizzato da tante tragedie e assurdità sociali
e politiche? Questo comporterebbe che i voti siano vissuti e interpretati come
modalità nuove di relazione interpersonale e di fermento culturale, che la vita
fraterna sia modello culturale di riferimento realistico per tante situazione
di ingiustizia e di conflitto (VC 51). Sono preziose le testimonianze di
fraternità riconciliate che vivono relazioni alla pari, pur nel rispetto della
diversità dei ruoli, anche in riferimento al servizio dell’autorità. Lo stesso
uso dei beni e delle risorse materiali, e il modo di decidere e di maturare
nella identità psico-affettiva, dovrebbero avere una vera autenticità
evangelica e allo stesso tempo una forza comunicativa e di liberazione, che
sgretolino i meccanismi oppressivi o menzogneri. È urgente perciò la formazione
umana in tutte le sue esigenze. Essa diviene supporto importante per liberare e
purificare le radici dell’esistenza, spesso inaridite per incrostazioni di
infantilismi e falsi bisogni sedimentati nel tempo. Per fare questo è
necessaria la rifondazione a diversi livelli!
… a
partire dall’incarnazione
Emerge
dall’analisi delle due icone l’urgenza di avere un contatto diverso con il
corpo e la corporeità. Per lungo tempo un forte accento sullo spiritualismo, a
scapito dello sviluppo integrale della persona, ha disincarnato la vita
consacrata, confermando intere generazioni nella convinzione che godere è un
male e che il corpo è una specie di “malattia dell’anima” e un luogo di
peccato. Nel libro della Genesi (Gen 1,31) è scritto che l’uomo, appena creato,
era molto bello e che il suo corpo è stato plasmato a immagine e somiglianza di
Dio. Allora proprio per il mistero dell’incarnazione – in cui il Figlio di Dio
prende un corpo del tutto simile al nostro, eccetto il peccato – la
consacrazione non può prescindere dalla positività del corpo e della
corporeità. In questo tempo in cui è dissacrata in tante forme la corporeità,
gli uomini e le donne consacrate possono rendere visibile la bellezza del
capolavoro di Dio, attraverso l’assunzione piena della propria corporeità,
vissuta come « tempio di Dio » (1Cor 3,16).
Integrando
armonicamente i livelli biologico, psichico, sociale, esistenziale, le donne e
gli uomini consacrati narrano, attraverso l’unificazione interiore e l’unità
fraterna, come vivere il corpo in pienezza. In questo tempo in cui si esalta o
solo il materialismo o solo lo spiritualismo, donne e uomini profondamente
umani, evangelici, sessualmente integrati, in continuo dono di sé, possono
attestare la gioia dell’abitare la propria corporeità e lo stupore di fronte
all’altro. Ridefinire la vita a partire dalla prospettiva teologica ed antropologica
dell’ incarnazione di Gesù Cristo, il volto umano di Dio, vuol dire dare a Dio
stesso la possibilità, anche attraverso la corporeità di ogni consacrato/a, di
rendersi visibile e salvante nella storia.
Seminando
speranza
nuova
La vita
consacrata abbraccia con Cristo la croce, in quanto simbolo di ogni ostacolo e
resistenza alla “buona novella”, e assume la stessa causa di fronte a ogni
sistema ingiusto e manipolatore della religione. Con questo testimonia agli
uomini e alle donne di oggi l’amore infinito del Padre per l’umanità, e la sua
fedeltà nel trascinare ogni cosa verso la vita nuova donata nella Risurrezione
di Gesù Cristo.
Vi sono
nel mondo molti bastonati e spogliati, lasciati al bordo della civiltà mezzi
morti, e per i quali Dio ha viscere di compassione e lacrime di pietà. Sono i
suoi figli calpestati nella loro dignità, che aspettano presenze profondamente
umane, che facciano sperimentare tutta la vicinanza di Dio. L’amore senza fine
(cf. Gv 13,1), che non rattrappisce nella protezione della propria purità
legale, né si consuma in uno spiritualismo intimistico e sterile, interpella le
donne e gli uomini consacrati a stabilire costantemente delle relazioni
profonde, intime e significative in questa società dall’ethos frantumato.
In questo
tempo si moltiplicano le persone che vivono sempre più di relazioni puramente
virtuali, e appaiono come naufraghi dello spirito alla deriva su zattere on
line. Per certi versi è come se si dessero un nuova identità, fluida,
intercambiabile, a puzzle. Di fatto sono come in un labirinto, senza mete né
uscite, dove perdersi è lo stesso che ritrovarsi. Allo stesso tempo che il
metanetwork tutto e tutti collega, la vita non ha più segreti, è la morte
dell’intimità e della tenerezza, dei segreti e della libertà.
In
questo contesto gli uomini e le donne di Dio sono chiamati a diffondere
identità e speranza, mete e ragioni di vita, rimanendo in relazione autentica,
anche quando l’altro/a si disconnette. È il nuovo modo di essere “pescatori di
anime”, attraverso reti diverse da quelle del lago di Galilea.
Se
l’interruzione della linea del futuro per la fragilità dei progetti e delle
attese richiama la paura e la morte per bulimia sul presente, le donne e gli
uomini consacrati possono salvare il mondo dalla disperazione e dal “non
pensarci”, costruendo e ricostruendo i ponti della relazione, a qualsiasi
livello, rendendo visibile l’invisibile con la passione per l’umanità (VC 27).
Questa sembra la vera nuova frontiera della missione, per tutti i consacrati e
per tutti i carismi.
Bruno Secondin ocarm
Diana Papa osc